domenica 18 maggio 2014

Il privilegio dei libri

Quando anni fa immaginai Thomas Jay imparare i libri a memoria per tenerli con sé anche quando gli erano negati, aggrappandosi alla parola come unica ancora di salvezza, non avrei mai pensato che la proibizione dei libri ai detenuti potesse divenire una realtà in un sistema carcerario che, fino a non molto tempo fa, era reputato tra più progressisti del mondo, quello britannico.

La prima volta che la notizia mi è balzata sotto gli occhi ho dovuto rileggere l'articolo diverse volte tra incredulità e confusione. L'assurdità della legge è così lapalissiana da far tremare le fondamenta dei più san principi a cui sei stata educata, perché la messa al bando dei libri è una cosa che ti aspetti da un governo totalitario non da una democrazia, specialmente quella in cui vivi, quella che durante l'era Blair ti ha fatto tuonare nelle orecchie "Education, Education, Education" ogni volta che accendevi la televisione. Educazione  come via d'accesso ad una società emancipata, preparata e pensante. La proibizione dei libri fa invece pensare ad una società orwelliana. Tornano in mente i roghi di Hitler e quelli di Fahrenheit 451. Negare la lettura è limitare l'individuo. La limitazione dell'individuo è imposta da chi ha paura, da chi nega il dibattito, contro qualcosa che è percepito come un pericolo. Non è qualcosa che - in democrazia - ti aspetti da un governo sì conservatore, ma anche liberale. Cosa ci sarà mai infatti di così pericoloso nel mettere in mano un libro a un prigioniero se non il renderlo più umano?

E' una legge passata in sordina, alle porte del Natale, senza che nessuno ci facesse caso o ne prendesse nota, tanto che sono occorsi diversi mesi perché scrittori e accademici alzassero sdegosamente la voce. Sono infatti proprio le leggi reazionarie e controverse a passare inosservate perché scritte tra le righe della legittimità, spesso mascherate da altro. Chi ha protestato infatti alle limitazioni alle libertà individuali imposte in nome della difesa contro il terrorismo? Allo stesso modo la legge che impedisce ai detenuti britannici di avere accesso ai libri in prigione è stata presentata come una misura necessaria per ripulire le carceri dal traffico di sostanze stupefacenti. A difesa della legge, il segretario di giustizia Grayling ha parlato di una "impossibilità logistica" di controllare il contenuto di ciascun pacco inviato ai detenuti, visto che spesso la droga viene introdotta in carcere tra gli effetti personali. Eppure per molti degli addetti ai lavori tali motivazioni sono parse assurde, non solo perché la percentuale di  droga che entra via posta è infinitesimale rispetto ad altre vie, ma perché le restrizioni sull'accesso ai libri vanno ben oltre l'idea di "misure di sicurezza necessarie". Tali limitazioni privano infatti  i detenuti tanto dei libri quanto del materiale scritto in senso lato, rendendo di fatto difficile tanto il contatto epistolare con i familiari, quanto la frequentazione di corsi per corrispondenza. In sostanza è una legge che mina alle fondamenta il concetto stesso di processo di riabilitazione.

Impossibile non chiedersi se le reali ragioni di una legge che contrasta il principio che fa dell'educazione un pilastro fondamentale della nostra società non sia proprio quello di minimizzarne il potenziale.

Petizione contro il Prisoner book ban

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