mercoledì 23 aprile 2014

Dell’anima all’anima

Quando ho visto La grande bellezza avrei voluto buttare giù qualche pensiero immediatamente, ma poi la concomitanza mancanza di tempo e valanga di recensioni hanno avuto la meglio e quei pensieri si sono rintanati e ingarbugliati, fino a che l'attimo è passato e non c'è stato più né bisogno né motivo per scrivere. La scrittura però è una cosa che non puoi né cercare né respingere e La grande bellezza ha reclamato il suo posto tra le cose su cui era necessario versare qualche parola, non fosse altro che per riordinare quei pensieri disordinati e quelle sensazioni che se non sai tradurre in frasi prima o poi sfuggono.

E' un film che parla dell’anima all’anima e ti entra dentro toccandoti nel profondo. Il protagonista è l’uomo, sei tu. Impossibile sfuggire al rivolo di considerazioni in cui ti trascina, perché la sua Roma è la vita, sono le cose che hai cercato, desiderato, voluto e preso; è l'anima che hai dimenticato. L’umanesimo del film è in quel prenderti per mano sul lungotevere e accompagnarti attraverso le parole di Servillo alla ricerca di te stesso (sì, proprio te, ne fai una questione personale). Ti conduce alla ricerca di quel luogo privilegiato a cui appartieni ma che hai perso o dimenticato. Sono le cose in cui è stata la tua voce più profonda a parlare, quando la tua vita era ancora ricerca; quando l'essere era più importante dell'avere, del fare e dell'apparire; prima che la vita ti fagocitasse. E' un film dove le scelte diventano specchio, la cartina di tornasole che ti definisce. Poi un giorno scopri chi sei e devi fare i conti con la voce che hai tradito.

Non ho letto molte recensioni del film, ma in tutte quelle che mi sono capitate sotto mano ho trovato il riferimento a Fellini, nessuna  ad Antonioni. Eppure in quell’uso totalizzante dei lunghi piani sequenza, dove la cinepresa viaggia, abbracciando paesaggi e personaggi in modo continuo e senza stacchi c’è tutto Antonioni, così come il ritratto di una decadenza morale e spirituale e quel ritrovarsi vuoti al centro di bellezze naturali o architettoniche. Ma anche di Antonioni, Sorrentino mi sembra prendere in prestito solo l’indispensabile. Accanto alle eterne panoramiche c’è una cinepresa isterica che alterna brevi flash a montaggio serrato: la riflessione e il vortice; l’essere e l’apparire; l’abbandonarsi e il cercarsi; il ritrovarsi e il dimenticarsi.

Guardare un film che ti parla e si racconta attraverso la forma è un piacere talmente raro che nessuna riflessione potrà mai rendergli giustizia, va vissuto davanti allo schermo.

1 commento:

novbaby ha detto...

Io la penso ugualmente sul film. Non ho mai capito quelli che la criticano cosi tanto. A me è piaciuto cosi tanto da averlo comprato. Ma è un film da gustarlo con tutta calma, senza bambini tra i piedi...