venerdì 30 marzo 2012

Quando la mamma esce in libreria

Il giorno dell'uscita del proprio romanzo per la mamma è un giorno senza troppo scalpore, è semplicemente un giorno da mamma. E cos'altro potrebbe essere? E poi oggi era una gran bella giornata, di quelle che lo strambo clima di Her Majesty ti regala a marzo e aprile, solleone e temperature estive (salvo fartela poi pagare cara a luglio e agosto, praticamente anticamere di gennaio). Così, essendo l'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Pasqua, Raperonzolo ne ha approfittato per passare il pomeriggio al parco con i bambini. Era tanto che non ci andava e non sapeva che ultimamente quel bel parchetto a poche centinaia di metri da casa fosse diventato la meta preferita dei bambini della sua classe. Non ha fatto in tempo neanche ad entrare che le si sono radunati tutti intorno come non la vedessero da mezzo secolo, malgrado li avesse salutati neanche un'ora prima. Perché poi i bambini hanno questo di straordinario: farti sentire incredibilmente importante quando pensi di essere solo una comparsa nelle loro vite, alcune felici e altre purtroppo già minate da infinite difficoltà. C'era J. il bambino che è stato tolto ai genitori tossicodipendenti e di cui quattro dei suoi cinque fratelli sono stati affidati a famiglie diverse; lui che viveva praticamente in strada e a scuola si nascondeva sotto i banchi, adesso è sempre sorridente, ha una famiglia affidataria fantastica che lo segue, lo aiuta, lo porta a lezione di nuoto, agli scout e in vacanza in Francia, tutte cose che per J., fino solo a un anno fa erano impensabili; c'era E., la cui mamma se ne è andata e il cui papà impedisce ai figli di vederla, ma se certe cose non le sapessi non le indovineresti mai, perché E. è il calore del sole; e poi Z., il piccolo australiano che si è ritrovato di punto in bianco all'altro capo del mondo e che ha sempre paura di non essere mai abbastanza bravo; e S. che invece è il più bravo ma non ci ha mai neanche fatto caso; e poi tutti gli altri che salutavano e sbracciavano richiamando l'attenzione di Rape'. E intanto lei osservava Figlio-uno fare su e giù sull'altalena come se fosse la cosa più bella del mondo. Dieci anni, e ti chiedi per quanto ancora? E vorresti che il tempo si fermasse in quel parco, con il primogenito bambino e non ancora adolescente, e il secondogenito che aspetta tutto il giorno perché la sera tu prosegua la storia del piccolo robot, quella storia che lui ti ha chiesto d'inventare e improvvisi ogni notte a bordo del letto, perché è così che si raccontano le favole ai bambini e anche ai grandi.

sabato 24 marzo 2012

Su Thomas Jay

Quando nel giugno del ‘99 mettevo mano alla prima stesura di Thomas Jay (ed erano già anni che mi girava per la testa) non mi sarei mai immaginata che la mia storia, già di per sé metafora, avrebbe finito per diventare addirittura metafora di se stessa. Una storia prigioniera prima della mia immaginazione, poi dell’infinito percorso editoriale, infine di un personaggio ingabbiato come se fosse veramente in galera da qualche parte.

La strana sensazione è arrivata però nel corso della campagna promozionale. Va da sé che il desiderio inconscio di ciascuno scrittore è quello d’immaginare i propri personaggi vivi e vegeti in qualche angolo della terra, come se la propria immaginazione non fosse che un ricettacolo di realtà parallele accessibili e dunque narrabili. Va bene finché resta circoscritta all’autore, ma quando diventa collettiva lo scompenso fa certamente la sua parte.

Si può solo dunque immaginare lo strano rivolo di impressioni, al cospetto della propria “creatura” sparsa in lungo e in largo nella rete, in tutta la sua pretesa realtà. Non che il gioco lo avesse creato chi scrive, né fosse da lei gestito, ma l’operazione l’aveva incuriosita. Diciamo, sociologicamente incuriosita. 

E’ con sollievo però oggi poter liberamente parlare del Thomas Jay romanzo e  chiarire alcuni equivoci degli ultimi giorni.

  1. Thomas Jay non è un personaggio creato da un editore per essere spacciato come reale. E’ un personaggio letterario di un romanzo che circola da molti anni, finalista al Calvino nel 2002 e già pubblicato per un piccolo editore nel 2007. Sebbene non reale, il personaggio di Thomas Jay è ispirato alle biografie di Jean Genet e François Truffaut. Il viral marketing è nato dunque partendo da un prodotto già esistente, facendo leva sulla credibilità del personaggio. Non si è creato il prodotto su un’idea di marketing.

  1. All’autore il compito di scrivere, all’editore quello di vendere. Ognuno fa il suo mestiere. Non è compito di chi scrive occuparsi del marketing, né di gestirlo. A chi scrive non interessa far parlare del romanzo ma far parlare il romanzo. All’editore, per ovvi motivi, interessano entrambe le cose, perché se non vende non pubblica e soprattutto non pubblica esordienti. Chiamiamole ragion pura e ragion pratica.

  1. L’epopea dell’ergastolano Thomas Jay non è  una critica al sistema giudiziario americano. E’ piuttosto un romanzo sulla responsabilità, non solo quella della società verso l’individuo ma soprattutto quella dell’individuo verso la società. Thomas Jay è tutto fuorché un moralista,  è sì un grande scrittore, ma è anche l’ uomo che sputa in faccia e che per tanto, malgrado le sue grandi idee, non ha attenuanti.

  1. Thomas Jay ha richiesto molti anni e molte stesure a causa del complesso e controverso percorso psicologico del protagonista e di quella frase che non riuscivo a fargli dire: “ho capito che sto esattamente dove dovrei stare”. Senza di essa, la storia restava incompiuta. Senza l’accettazione della propria responsabilità morale, non esisteva alcuna grandezza. Perché il Thomas Jay “vittima”, che in Carousel riscrive i Karamazov assolvendo Ivan, è in realtà colpevole, proprio come Ivan, del proprio rancore verso la società. La difficoltà maggiore è stata far giungere il protagonista a quella consapevolezza senza svilire il poeta e l’idealista. Era il Thomas Jay che saliva sui tetti delle prigioni ad avere ispirato il romanzo; era il suo idealismo. Si trattava di salvare l’idealismo senza trasformarlo in moralismo.

  1. E’ una storia che ho scelto di non ambientare in Italia perché svolgendosi a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 mi sarebbe stato difficile sfuggire al contesto storico-politico: gli anni di piombo e le rivolte carcerarie. D’altra parte, tenerne conto mi avrebbe portato a scrivere un altro romanzo: uno politico e di contesto. A me interessava invece seguire l’evoluzione del personaggio nel proprio atteggiamento verso la realtà, se stesso e la società al di là dello specifico italiano. Ho cercato allora un luogo che si ponesse semplicemente come luogo “altro”, un altrove indefinito che agisse di riflesso rispetto all’alienazione del protagonista. L’idea viene dal romanzo incompiuto di Kafka: America. La mia America è infatti un luogo più concettuale che geografico.

  1. La legge con cui Thomas Jay viene condannato non è quella dei Three Strikes (che in America è entrata in vigore solo a partire dal 1993), ma quella precedente del “Three Time Loser”. Ne avevo sentito parlare anni prima. Nel film Brubaker un personaggio racconta al direttore del penitenziario (Robert Redford) di scontare l’ergastolo per avere rotto un water. La legge del “Three Time Loser”, nella sua assurdità e nel suo negare la redenzione, si prestò in modo funzionale alla trama del romanzo. Anni dopo, non riuscendo a trovare informazioni su questa legge ormai in disuso, avrei contattato Mike Reynolds, promotore della legge dei “Three Strikes”. Reynolds mi confermò dell’esistenza di questa legge fin dal diciannovesimo secolo, e di essersi basato proprio su quella nell’elaborare la proposta dei “Three Strikes”. Mi confermò anche la plausibilità che, in base alla legge del “Three Time Loser”, negli anni ’70, un detenuto potesse essere condannato all’ergastolo per reiterata tentata evasione. La plausibilità mi bastava. Thomas Jay è un’opera di finzione, e come tale non ha la pretesa di essere vera, semplicemente plausibile, allo scopo mettere in luce realtà su cui è necessario riflettere.

Alcune curiosità:

  1. Il nome “Lorenzini” è un omaggio a Collodi.  Thomas Jay era nato come una specie di Pinocchio, anche se già a partire dalla versione del Calvino, le tracce erano scomparse. Attraverso le varie stesure non ne è rimasto che il nome.
  2. Il vecchio Max deve il proprio nome a Max Brod, che diffuse l’opera di Kafka dopo la sua morte, rifiutandosi di distruggerla.
  3. Le descrizioni dei penitenziari sono tratte dalle descrizioni di alcuni Supermax, principalmente Marion e Florence ADX.
  4. Il romanzo è pieno brevi di citazioni tratte da film e romanzi, una cosa che Truffaut faceva abitualmente nei sui film, un omaggio alle cose che amava.
 
Alessandra Libutti

domenica 18 marzo 2012

La festa della mamma

Sarà perché nel Regno di Her Majesty si fa sempre tutto a rovescio, la festa della mamma la si festeggia mentre nella penisola italica si celebrano i papà. Raperonzolo in tanti anni non ci si è abituata, e ogni anno si stupisce, come se le date dell' 8 maggio e il 19 marzo (o almeno le domeniche attigue) fossero indelebilmente stampate nella sua memoria e non sostituibili, come punti fermi, cognizioni base, fondamenta della genitorialità.
Questa mattina il Mr si è alzato alle sei, per prepararsi per una delle sue impossibili gare. Negli ultimi mesi, stanco delle solite mezze maratone, si è lanciato in corse notturne, cross country tra pozzanghere, neve o sotto piogge torrenziali. Se non sono assurde non le fa. Questa mattina dunque spettava ad una gara di duathlon, per la quale si è allenato negli ultimi weekend. "Ma che fa papà?" aveva chiesto la prole, osservando il genitore entrare e uscire di casa, mollando e riprendendo bici e sparire più veloce di quando era arrivato. Non che ci facessero troppo caso in realtà, ma la cosa era comunque inedita. 
Per tanto, alle sei del mattino, avendo i bambini dei radio transistor al posto del sonno, erano tutti svegli, fatta naturalmente eccezione per Rape', per la quale la mattina è un momento di riconciliazione con l'esistenza e riappacificazione col genere umano e, a seconda di come avviene, ne può derivare Madre Teresa oppure Jack Lo Squartatore.
A dire il vero Figlio-due ci ha provato a buttarla giù dal letto, irrompendo ad intervalli regolari a partire dalle sei e trenta. "Mamma, vieni giù. Abbiamo preperato un sacco di cose per te!" Rape' aveva bofonchiato qualcosa di sconclusionato e si era rigirata dall'altra parte in preda a sensi di colpa, perché quando un bambino smania per farti vedere quello che ha preparato per te e tu non ci vai subito, ecco ti senti una schifezza, ma Rape' non era ancora interamente in grado d'intendere e di volere.
Alla fine, in qualche modo, la nostra è riuscita a risorgere alle otto meno un quarto. "Sono due ore che lavoriamo per preparare tutto!" Esordiva Figlio-uno. "Sì, due ore che lavoriamo!" Ribatteva Figlio-due. E per lavorare avevano lavorato. Su ogni porta la accoglievano "Happy Mother's Day" fatti al computer da Figlio-uno, una coperta sul tavolo nascondeva i biglietti che avevano fatto (solo Figlio-due ne avevi fatti tre) e un computer collegato alla TV propagava per la sale un presentazione in Power Point che i bambini avevano trovato su internet, così piena di mielosissime frasi allo zucchero filato che Rape' si è sciolta in un mare di baci e lacrime. 
I bambini non la smetteranno mai di stupirci.

domenica 11 marzo 2012

Contro madre natura

Raperonzolo, che da qualche anno insegna come supporto in una scuola elementare, ha una spiccata predilezione per i bambini con difficoltà di apprendimento: quei bambini che, giunti in quarta elementare, non sono più in grado di tenere il passo con gli altri e per i quali la permanenza in classe, soprattutto durante le lezioni di matematica, equivale ad una forma di tortura o un momento di alienazione. 
Non è chiaro alla nostra che cos'è che la appassioni tanto nell'insegnare a questi bambini, se è il sorriso che la accoglie quando dice loro di seguirla fuori dalla classe, o se è quella costante ricerca della chiave d'accesso, della molla inceppata, o di quel giorno in cui riescono a farti 5 + 1 da soli, quella cosa che i loro compagni sapevano già fare all'asilo, ma che per loro, a nove anni, rappresenta il raggiungimento della vetta dell'Everest. 
Ma è un incarico fatto sempre con i piedi per terra e la consapevolezza che, dopo un anno di duro lavoro, quando quel bambino che all'inizio neanche capiva cosa fossero i numeri, l'hai portato a fare addizioni, sottrazioni e anche moltiplicazioni, molto probabilmente, all'inizio dell'anno successivo, ripartirà senza essere di nuovo in grado di fare 5 + 1. 
I bambini che restano così indietro, solitamente hanno non solo difficoltà logico deduttive ma soprattutto sono incapaci di trattenere informazioni, e così ogni anno si riparte quasi da zero. Ma è proprio quel "quasi" far sì che ne valga sempre la pena. Quel costruire ogni anno sulle briciole che restano di tutto quello che si è insegnato e che è stato dimenticato. Briciole che si sommano. Briciole che danno a questi bambini la cognizione di essere comunque in grado d'imparare e di valere qulacosa.
La battaglia quotidiana contro madre natura.