giovedì 17 marzo 2011

I bambini non contano

Non c'è addetto ai lavori, almeno qui in Gran Bretagna, che non tocchi con mano ogni giorno la difficoltà crescente di anno in anno d'insegnare ai bambini. Dal punto di vista dello sviluppo del linguaggio sono sempre di più i bambini che arrivano alle elementari senza ancora saper parlare bene, e cosa ancora più grave, anche quelli che parlano bene hanno livelli di comprensione molto bassi. In sostanza, afferrano solo istrizioni chiare e concise ma sono incapaci di elaborare le informazioni. La causa di solito è la scarsa esposizione al linguaggio parlato, allo scambio,  all'interazione con adulti ed altri bambini. I  bambini che arrivano da famiglie in cui questo scambio è continuo, a cui i genitori leggono spesso e soprattutto parlano, spiccano subito: sono quelli che quando imparano a leggere capiscono le parole che leggono, sanno seguire storie, interpretarle, ne afferrano i concetti. Il divario, fin dai cinque anni, può essere abissale. E' un divario che i bambini si trascinano per tutta la carriera scolastica e che invece di colmarsi nel tempo si acuisce e si fa più ampio di anno in anno.
Il problema con l'aritmetica però è più generale, e non dipende necessariamente dall'interazione familiare, piuttosto da come è cambiata la nostra vita. Insegnare oggi ai bambini cose che la nostra generazione sapeva già ancora prima di andare a scuola è diventata un'impresa colossale. Il problema è che oggi i bambini non contano, o almeno (parlando di numeri) contano troppo poco. La nostra era una generazione cresciuta giocando al Gioco dell'oca e a Monopoli. Rape' a quattro anni giocava a Scopetta e a Briscola, e prima ancora di avere messo piede in prima elementare sapeva contare, sommare, sottrarre. Sette e tre, dieci; cinque e cinque, dieci; tre e tre sei e quattro, dieci. Non c'era bisogno che ce lo insegnasse la maestra, era una di quelle cose apprese con la crescita. I numeri erano pane quotidiano. La lira si contava a centinaia, migliaia e decine di migliaia. A sei anni, mamma ci mandava all'alimentari o dal tabaccaio. Non sapevamo ancora leggere e scrivere, ma il resto del verduraio, anche contando a migliaia lo calcolavamno a mente, e non ce lo aveva insegnato nessuno.
Oggi le monete si calcolano in unità o decine, i bambini non si mandano a fare spese, mamma e papà pagano con la carta di credito, e quanto ai giochi ci sono Playstation, Wii e DS, che al meglio sviluppano la logica ma non l'aritmetica; e poi c'è il computer che informa e, se usato bene, può sviluppare la creatività ma non aiuta certo ad esercitare la facoltà di calcolo.
I bambini di oggi afferrano l'utilizzazione di un software in un nanosecondo, ma ci vogliono anni di sbattimenti di testa al muro per insegnargli a leggere l'ora.
In GB esiste poi una difficoltà immensa nell'insegnare i pesi e le misure, con relative conversioni. Il sistema ufficiale è quello metrico decimale ed è l'unico insegnato a scuola. Peccato però che nella vita quotidiana nessuno lo usi. I bambini imparano i chilometri e poi le strade sono in miglia; imparano i chili ma il papà gli dice il proprio peso in stones; imparano i metri, ma la mamma dice la propria altezza in piedi; imparano i grammi, ma il macellaio misura in libre. Quanto ai litri, imparano solo litri e millilitri, perché neanche gli insegnanti hanno mai sentito parlare di centilitri. Poveri bambini, non è mica colpa loro.
Un tempo, il compito della scuola era quello di fornire al bambino gli strumenti per comprendere la realtà che li circondava, ma era una realtà che il bambino viveva e fagocitava anche al di fuori della scuola. Oggi invece la scuola si trova spesso a svolgere l'oneroso compito di colmare i vuoti, come dovesse ricomporre i pezzi di un puzzle; come se molti bambini arrivassero a scuola catapultati da una bolla di sapone.