martedì 16 marzo 2010

In base al potere e alla dignità conferitimi

"Mrs Raperonzolo, Angelina si è comportata molto male".
E' la prima giornata dal clima mite, sono otto gradi dopo un inverno polare. Raperonzolo è di turno in cortile durante l'ora del pranzo. Non indossa più stivali, sciarpone e colbacco ed è ora riconoscibile alla giungla infantile in tutta la sua umanità post glaciale.
L., il bambino che le ha parlato abita due case accanto, frequenta la classe terza ed è il nuovo compagno di giochi di Figlio-uno, compagnia che contende con la temibile Angelina, da anni nuora della nostra, mantide del cortile e legionaria del parco giochi.
"Mh... e che cosa avrebbe fatto Angelina?"
"Mi ha molto offeso".
"Addirittura? E in che modo ti avrebbe offeso?"
"Mi ha privato dei miei super-poteri".
"Capisco" ha suggerito la nostra, mostrandosi onnicomprensiva davanti allo stress del piccolo super eroe."E in base a quale potere ti avrebbe privato dei tuoi super-poteri?"
"E' semplice. Lei dice di avere tutti i poteri del mondo. Io ne ho solo due: il potere supersonico e il potere sonico normale. Solo che il mio potere supersonico cancella tutti i suoi poteri, mentre lei con i suoi super-poteri ha detto di aver cancellato i miei."
"Accidenti, e ci è riuscita?"
"Sì, per questo sono arrabbiato, perché non capisco perché i suoi super-poteri dovrebbero essere più potenti dei miei".
Raperonzolo pondera attentamente la situazione. In ballo c'è una questione etica profonda. Due ottenni lottano per accaparrarsi un autoritarismo assoluto e incontrastato, fatto a base di poteri onniscenti e onnicomprensivi che possano affermarne lo status nel regno dell'immaginazione e oltre.
La nostra, piegata ad altezza di L., valuta se imbarcarsi in una disquisizione sul senso dell'amicizia, della collaborazione, del gioco di squadra, della condivisione e dell'armonia universale. Ma non ha ancora aperto bocca e L. è vicino alle lacrime.
"Bene, L., mi è venuta un'idea che potrebbe risolvere la questione." Dice.
Gli occhi di L. si riempiono di speranza. Raperonzolo allora si issa a piena altezza, infila la mano in tasca e sfila il fischietto, poi appoggiandolo prima sulla spalla destra e poi sulla sinistra di L. dice:
"In base al potere e alla dignità conferitimi negli spazi infiniti di questo cortile t'investo con poteri supersonici e poteri sonoci normali. Ora vai, prode cavaliere del cibercortile e distruggi i nemici che minacciano la quiete dei nostri spazi".
L. la guarda come chiedendosi se la madre del suo fedele amico abbia ancora tutte le rotelle a posto. Ci pensa un po' su, poi la osserva inquieto.
"Grazie Mrs Rape', ora però può andare a spiegarglielo anche ad Angelina?"

martedì 9 marzo 2010

Il ritorno della mamma creativa

Se una mamma creativa può essere esemplare simbolo di una femminilità esaltata ed edificata nell'ambivalenza di due ruoli fondamentali e spesso complementari (sì perché per crescere i figli, diciamocelo, ci vuole parecchia fantasia), può anche talvolta rivelarsi uno strano individuo dissociato con cui la famiglia intera, con un sospiro, una mano sulla testa e una pazienza certosina deve convivere.
Raperonzolo appartiene a questa seconda categoria.
Consapevole della natura patologica nel proprio rapporto con la scrittura (non quella leggera, intendiamoci, ma quella che l'ha portata a lavorare ossessivamente su un romanzo per oltre una decade), negli anni ha raggiunto un buon compromesso esistenziale: scrivere poco (per il bene suo e di quelli che le stanno accanto). Perché quando scrive, la sua dissociazione con il mondo diviene totale e per tanto impossibile da circoscrivere alle poche, sporadiche ore di scrittura. Rape' si sintonizza su un altro canale per settimane intere.
Ci sono stati momenti, in passato, quando la cosa le pareva anche divertente. Vivere, per esempio, quello che poi sarebbe diventato uno dei dialoghi a lei più cari del romanzo, in un pigro pomeriggio, passeggiando su e giù per un call centre supervisionando annoiati teenagers. E allora non importavano, le occasionali telefonate che doveva prendere. Le persone giustamente gracchianti all'altro capo del ricevitore perché disturbate nel loro Sunday roast dinner. Non importava l'imponente pila di stampati che doveva sfoltire, il treno che non arrivava, il freddo alla stazione. Ecco, non importava, perché tutto si svolgeva in un fuori automatizzato. Là, sulla terra, Rape' viaggiava col pilota automatico. Là fuori c'era gente che le parlava, linee da aprire e linee da chiudere, la collega che le raccontava, ma Rape' era davanti ad un vetro spesso come il mondo a riallacciare il nodo di una relazione umana imponenete e lacerata. Viverlo così in una giornata intera, passarlo e ripassarlo e memorizzarlo tutto parola per parola per poi scriverlo in quindici minuti la sera. E quella sì che era stata una giornata piena. Grande quanto una vita.
Con il figli però è un'altra cosa. I figli richiedono un impegno mentale a tempo pieno. E allora Rape', mano sulla coscienza, un calcio nel sedere al martellare dei personaggi e a quei rivoli di frasi che sgorgano come chissà dove vogliano andare, serra la porta a quell'io preponderante che le fa percepire il resto come un interferenza o un'interruzione, e riapre quella che la riconsegna anima e corpo alla famiglia.
Succede però, come è accaduto di recente, che le venga fatta una proposta di quelle che non si possono rifiutare. E allora, messi tutti sull'avviso, eccola riaffacciarsi in sordina tra le ragnatele di vecchie frasi, riascolatare l'eco degli antichi dialoghi e girarsi intorno stupita mentre i fantasmi dei propri personaggi si materializzano nuovamente in entità corporee. E allora spariscono le ragnatele, l'immagine cristallizzata riprende vita, tornano i colori e la stanza s'impregna del calore di una storia d'amore che chiede di essere riraccontata.
Dopo quattro settimane in pieno pilota automatico, Rape' da due giorni ha ripreso il controllo della situazione con grande sollievo di chi la circonda.
Certo è solo una pausa tra stesure, comunque Rape' c'è. E' ritornata e sta abbastanza bene.