domenica 28 giugno 2009

La vita sospesa

Capita a chiunque ogni tanto nella vita di affrontare dei periodi in cui ci si trova in uno strano limbo: quel momento in cui cambiano le coordinate della giornata, le abitudini, le persone che si frequentano, i ritmi; quel momento in cui la strada percorsa s'interrompe e se ne sta per intraprendere un'altra, anche se non si sa quale; quel momento in cui la vita, per come l'abbiamo conosciuta, resta sospesa in un intermezzo in cui si sa che è impossibile mettere radici. Può succedere quando si cambia casa, o addirittura città o Paese, quando si lascia un lavoro, quando se ne comincia un altro; può succedere quando s'intraprende una relazione o ci si sposa. Può succedere a uomini o a donne, ma alle mamme succede sempre.
Alle mamme succede già dopo il test di gravidanza. Improvisamente, anche se tutto intorno a noi è uguale, anche se le giornate procedono invariate, cambia la prospettiva. E' il tempo dell'attesa. Poi arriva il momento in cui la mamma entra in maternità, il bambino non è ancora nato. Si fanno tanti progetti per quei giorni di libertà, ma l'attesa ha il sopravvento, e raramente si combina qualche cosa. Non si possono mettere radici nello spazio angusto della maternità ante-natale. A breve il bambino nascerà e sarà tutto diverso. Si pensa, tanto, ma i pensieri si accavallano disordinati, allora si gira per negozi, si attendono segnali. E' come navigare su una zattera che la corrente trascina lentamente verso quella che si spera sia la terra ferma. E quando nasce il bambino le prime settimane sono un vortice che risucchia fisicamente e psicologicamente. Ora è il tempo degli aggiustamenti, e non solo di quelli materiali: i ritmi dell'allattamento, il sonno intervallato, i cambi, i bagnetti e le passeggiatine; è tempo degli aggiustamenti dei bioritmi familiari, del dosaggio del tempo sentimentale, dello spostamento dell'asse che a breve può diventare una raggiera. Non è la terra ferma, è un mulinello che gira. E la mamma sa che non è neanche questo il posto in cui le è possibile mettere radici, ripristinare ritmi e abitudini, reinquadrare la vita. Ogni giorno il bambino cresce e la mamma cresce con lui, modificando abitudini e orari, segue la corrente, ovunque la porterà. Sono i mesi della vita sospesa, quelli delle grandi riflessioni, dei progetti futuri, di quello che sarà o quello che si potrà fare: lasciare il lavoro o rientrare, rientrare a tempo pieno o part-time; cambiare lavoro o rimettersi a studiare; rientrare dopo tre mesi o dopo un anno; lasciare il bambino con i nonni o metterlo al nido. Qualunque sia stata la vita della mamma fino all'ingresso in maternità ora non ne è rimasto più nulla: ci si sveglia ad orari diversi, si esce di casa per andare in luoghi diversi, si vedono persone diverse e si compiono quotidianamente mansioni diverse. Per la donna-mamma è cambiato il proprio ruolo nel mondo. C'è tutto quel gran rimuginare e riconsiderare, quel pianificare e riordinare il piano delle priorità. Quello della vita sospesa è un periodo strano: euforico e sereno, difficile e stimolante, cupo, solare ma in qualche modo sempre edificante, perché sospendere la vita e riconsiderarla è un'esperienza che arricchisce e trasforma.
Le mamme da qualche parte dentro lo sanno, e allora talvolta quando tornano a lavorare, quando la vita riprende a fluire in una direzione precisa, cominciano a sentire il bisogno di riaprire una parentesi ed infilarcisi dentro, vuoi con un'altra gravidanza, oppure lasciando il lavoro, oppure ancora lanciandosi in un qualche nuovo e stimolante progetto.
La vita sospesa è la complessità dell'universo donna. E' la dinamica che apre la strada del futuro.
Anche questo è il dono prezioso dell'essere madre.

giovedì 25 giugno 2009

Pianificazioni tipo

Se siete di quelli che la sera, davanti ad un frigorifero vuoto, amano dire: "Perché non andiamo a cena fuori?" Oppure siete di quelli che di punto in bianco fanno le valigie e dicono: "Partiamo!" Allora la niùeconomi non fa per voi.

Nell'era della niùeconomi l'improvvisazione è obsoleta, inutile, ridondante, dilettantesca e altamente improbabile. Rischiereste di essere soccorsi dalla Caritas nel corso di una coda di tre mesi al ristorante, di causare uno scoppio d'ilarità incontrollata alla cassiera del cinema, di dormire in macchina in una zona con quattrocentosettantanove alberghi in un chilometro quadrato.

Questi essenziali consigli vi salveranno da un mucchio di grane.

Al ristorante

Bene, è il 20 febbraio ed avete deciso di andare a cena fuori. Innanzitutto procuratevi la guida aggiornata ai migliori ristoranti della vostra città. La scelta del ristorante è una questione delicata (visto che comunque ci lascerete diversi strati del vostro portafogli). Utilizzate le pause pranzo dei rimanenti giorni di febbraio per studiare attentamente le offerte: cinese o mandarino? Teutonico o tailandese? Giapponese o manciuriano? Giapponese o vietnamita? Indiano o argentino? Messicano o congolese? Egiziano o libanese? Francese o Polacco? Greco o senegalese? Zimbawiano o Isole Fiji? Leggete con cura tutti i menu (in lingua originale), i commenti del curatore e tracciate un grafico incrociato segnando le stellette, i pallini e gli asterischi abbinati a ciascun ristorante. Terminata l'operazione, calcolate la media, il rapporto prezzi/qualità, l'abbigliamento richiesto, i servizi offerti, disponibilità parcheggi, design degli interni. Rapportate la media al grafico, create uno spreadsheet sul vostro PC ed aggiornate i totali. Giunti alla metà di marzo avrete finalmente ristretto le vostre ricerche ad una manciata di locali. A quel punto cominciate ad inviare emails a vostri amici, parenti, colleghi e conoscenti per appurarvi che state facendo la scelta giusta, che il locale è di ottima qualità, e che mettendoci piede non farete la figura degli imbecilli. Ormai sicuri del fatto vostro, verso i primi di aprile potrete cominciare a cercare di prenotare. Armatevi di telefonino (anche se se siete in casa non importa, nell'era della niùeconomi è necessario utilizzare sempre il telefonino), collegatelo al vostro PC dove avete inserito, in un apposito database, tutti i numeri di telefono dei ristoranti prescelti e lasciate fare a lui. Nel corso dell'attesa, mentre siete in linea a trecento scatti al minuto, ascoltate l'intera primavera di Vivaldi, l'opera omnia di Tchaickovsky, la Boheme di Puccini, estratti di Michael Nyman, l'ennesima compilation dei Beatles. Quando finalmente riuscirete a parlare con qualcuno, dite sì qualsiasi data vi si proponga e segnate subito sull'agenda il giorno 8 novembre alle 18:25, giorno in cui percorrerete circa quaranta chilometri per gustarvi una bistecca impazzita, una porzione di verdura transgenica e frutta virtuale a trecento sterline a cranio.

Al cinema

Tenetevi sempre aggiornati sui film in lavorazione o già in fase di montaggio. Assicurarvi sulle compagnie di produzione e soprattutto le case di distribuzione. Tramite internet, fate una ricerca sulle catene di sale cinematografiche presenti nella vostra città e a quale distribuzione sono collegate. Leggete il palinsesto annuale di ciascuno di questi network. Se il 16 di maggio scoprite che un film che vi interessa uscirà il 12 gennaio nella sala cinematografica locale, non aspettate un minuto di più e correte a prenotare.

In vacanza

La procedura è pressoché identica a quella del ristorante. Unica differenza: pianificate le vostre vacanze sempre con almeno due anni d'anticipo. Se nel frattempo nel Paese prescelto è scoppiata una guerra, c'è stato un terremoto o un'invasione di cavallette, acquistate un video turistico (con una TV a schermo piatto rende meglio), installate in casa una sauna ed una lampada solare e fate come se ci foste andati.

lunedì 22 giugno 2009

Dieci anni

In dieci anni di matrimonio Rape' e il Mr hanno avuto due figli e cambiato tre case. Hanno trovato lavoro e lo hanno lasciato, lo hanno cambiato, trovato e riperduto, perché i lavori vengono e vengono ma non ci definiscono. Ruotano intorno a noi come fossimo il sole, perché l'unione è la dinamica di tutto ciò che ci appartiene.
Lungo la strada qualcuno se ne è andato, colpa degli anni e delle malattie. C'è almeno una foto, scattata al matrimonio, di cui non è rimasto più nessuno se non il ricordo delle voci, perché Rape' le persone le ricorda sempre così, attraverso quello che dicevano, come fosse un'eco o un disco che ci piace riascoltare.
Poi ci sono gli amici, quelli vicini e quelli lontani, quelli sfilacciati e quelli riannodati. Volti vecchi e volti nuovi, tutti quelli che negli anni si sono susseguiti. Quando conosci qualcuno nella vita non sai mai se sarà solo una comparsa o rivestirà un ruolo da protagonista. Lo decidono gli anni, la volontà e le circostanze. Talvolta solo il caso.
D'altra parte c'è chi dice che esiste solo il presente, il resto sono solo tracce, residui di quanto se ne è andato.
Dieci anni sono tanti e sono pochi. Abbastanza per guardarsi indietro e vedersi all'orizzonte più minuscoli d'un puntino. Abbastanza per guardarsi allo specchio e pensare fosse solo l'altro ieri.
Rape' e il Mr hanno litigato tante volte, ma hanno sempre fatto pace. Hanno trascorso infinite notti insonni con un bibe in una mano e cambiato chissà quanti pannolini. Hanno sbattuto porte e urlato a squarciagola; hanno cantato, letto favole e riso fino a quasi soffocare.
Dieci anni sono un lungo filo di piccoli e grandi avvenimenti, di brusche svolte e graduali aggiustamenti. Un viaggio dove il paesaggio sfreccia via veloce come dal finestrino di un treno.
Affacciarsi un giorno la mattina e vedere la vita con un'altra prospettiva. E non sai bene come sia successo.
Erano due individui, ora sono una famiglia. E non è poco.

mercoledì 17 giugno 2009

Quanti figli?

All'annuncio di un terzo figlio da parte di conoscenti o amiche, Raperonzolo reagisce come un mostro a più teste. Si spacca. Il lato materno e amorevole esulta e gioisce, si complimenta e felicita. L'altro, represso e soppresso, subisce un tonfo. E' confuso, annaspa. E se non fosse ricacciato nel profondo del subconscio a cui appartiene, quasi la costringerebbe ad un lapsus freudiano, di quelli che invece delle congratulazioni ti portano a fare le condoglianze. Bisogna dargli una sberla perché non esca fuori.
Ogni testa ha lo stesso peso. Come se una mamma che decide di avere più di due figli lo faccia spinta da una forte spinta autodistruttiva piuttosto che dal desiderio di maternità. Come se una mamma che decide di avere più di due figli si stia gettando in un'altra consapevole meravigliosa avventura.
Per Rape' sono tutte e due.
Ma che succede, sta diventando schizofrenica?
Niente, in realtà non le succede niente che non avvenga in una mamma che si è resa conto di aver raggiunto il limite personale oltre il quale la maternità diverrebbe capriccio o irrazionalità. Un limite che in talune viene raggiunto ancora prima di avere figli, magari con la rinuncia alla maternità, oppure dopo il primo figlio, o dopo il secondo, o anche dopo il terzo o quarto o anche oltre, molto oltre. E' il limite di chi ha raggiunto la consapevolezza che ogni maternità va ponderata con il peso di quattro misure:
1. Quello di cui ha bisogno un figlio;
2. Quello che si vuole dare ad un figlio;
3. Quello che si ha la capacità dare (emotivamente e psicologicamente);
4. Quello che si è in condizioni di dare (fisicamente, economicamente, in termini di tempo e supporto).
Le teste di Rape' parlano entrambe chiaro e dicono entrambe il vero. Ma a lei, solo a lei. Perché la loro guerra civile è circoscritta all'ego e si proietta fuori solo per riflesso.
Allora, quando una mamma si spinge oltre il limite dei due figli da lei raggiunto, quella vocina interiore si trasforma nel grido di Edvard Munch. Come a dire: Te, ego materno e amorevole di Rape', te che ad avere un pancione non ci penseresti due volte, te che ripartoriresti ancora per tutte le straordinarie emozioni che ti ha dato, te che ancora lo senti sulla pelle il contatto del neonato, te... ecco, non te lo sognare neanche un terzo figlio. Non hai più abbastanza da dare.
E allora Rape' si scandalizza di meno di quel suo ego burbero, arrogante e maleducato che non la vorrebbe far esultare all'annuncio di terze o quarte gravidanze. Lo capisce e lo lascia lì dov'è, a fare il suo mestiere da cane da guardia all'altro ego di gran lunga più simpatico ma assai meno razionale.
Perché ci sono mamme che riescono a vivere ogni figlio, non importa quanti, con lo stesso entusiasmo e dedizione, altre invece no. Forse perché vogliono dare più di quanto sanno di essere in grado di dare, o per tanti altri motivi. Ma in verità non importa quanti figli si decide di avere, uno o dieci; non importa se ci sono mamme che hanno da dare così tanto da farci impallidire, quello che importa è l'equilibrio, tutto soggettivo, tra le quattro misure che noi, con tutti i nostri limiti, sappiamo trovare.
Solo così si potrà essere mamme serene.


domenica 14 giugno 2009

Ho fatto tutto da solo!

"Mamma! Papà! Guardate, mi sono vestito! Ho fatto tutto da solo!"
Figlio-due, petto in fuori sprizzante orgoglio, esibisce la propria prodezza: indossa un maglioncino, pantaloni (con sotto le mutande e dunque si è anche tolto il pannolino). Calzini.
Sì, si è infilato anche i calzini.
La cosa meriterebbe applausi, complimenti e grande enfasi da parte dei genitori, non fosse che alle 3:30 del mattino Rape' e il Mr faticano ad apprezzare l'intraprendenza del loro treenne.

mercoledì 10 giugno 2009

Cambiando l'ordine dei fattori

Versione 1

Sopraffatto dall'imperscrutabile misurazione dei minuti e delle ore, e dell'insondabile metà di un litro, Figlio-uno viene colto da crisi demoniaca davanti ad una madre altrettanto invasata.

Versione 2

Per circa due ore, attraverso disegni, esempi, orologi da polso, a muro, sveglie, radiosveglie e cucu', Rape' cerca di spiegare ad un isterico Figlio-uno che ora è se si aggiungono 15 minuti alle 8:30 e quanto latte resta se si ha un litro e se ne beve la metà. Giunti alla terza ora l'isteria diviene plurima, cacofonica e corale.

Versione 3

Figlio-uno e Rape' danno il peggio di loro stessi in un'interminabile diatriba assai poco filosofica ma altresì molto terrena sul calcolo dei quarti d'ora e della metà delle cose.

Versione 4

Rape' e Figlio-uno trascorrono un pomeriggio segnato da forti dissapori numerici.


Quando si tratta di compiti dei figli, in italiano come in matematica, cambiando l'ordine dei fattori il prodotto non cambia.

martedì 9 giugno 2009

Di mamme e schiene

Le mamme hanno un rapporto difficile con il proprio sotto proletariato vertebrale. Non lo amano, anzi lo sfuttano, ne abusano. Le schiene si piegano sotto il peso della gravidanza e gli spuntini notturni. Mesi e mesi zavorrate, tacciono, subiscono in silenzio. Ma le mamme-padrone vogliono di più. Terminata la gravidanza pretendono di svogere esercizi ginnici di natura assai insalubre: concentrano il peso (dai cinque ai dieci chili) ora su un braccio (un paio d'ore se tutto va bene), poi su un altro (un altro paio d'ore sempre che tutto continui ad andare bene); su un braccio, poi su un altro; su un braccio, poi su un altro. E stanno sempre in piedi. E camminano, camminano, ininterrottamente. Avanti e indietro, avanti e indietro. Oppure se ne stanno sedute nelle più disparate e ingloriose posizioni: pupo in alto, pupo in basso; pupo a destra, pupo a sinistra; braccio di sostegno, braccio arcuato verso tetta, braccio con biberon, collo arcuato verso il basso. Vertebre, nervi e muscoli si stirano, si piegano, si schiacciano, gemono ma resistono. Le mamme però sono avide. Oltre e non sedersi mai, insistono nel trascorrere le proprie giornate imponendo nuove prove di logoramento: si chinano ogni quindici secondi adducendo la scusa del raccogliere i circa duecento giocattoli sparsi per il pavimento; tendono le braccia e tirano su ominidi dal peso variabile di 10-20 chili. Le schiene gridano, implorano, lanciano segnali, ma la mamma non ascolta.
Poi un giorno le schiene gridano vendetta: chi la sciatica, chi la cervicale, chi la lombare, chi il colpo della strega, per la mamma non c'è scampo: tra lei e la propria schiena è un conflitto senza esclusione di colpi.

domenica 7 giugno 2009

Dennis-Denise

Nel Regno di Her Majesty, i lugubri, bigi, affollati uffici di disoccupazione, le interminabili file allo sportello sono un ricordo del passato. Dal lancio del New Deal di Tony Blair i disoccupati British vengono accolti in elegantissime suite a quattro stelle: vetrate tirate a lucido, reception, poltrone girevoli, divani, schermi TV, computer e telefoni a disposizione.
Quando il Mr si è presentato all'appuntamento osservava sorpreso l'entità della trasformazione.
"In cosa possiamo servirla?" Gli ha chiesto l'addetto alla reception.
"Avrei appuntamento con Dennis Pincopallino. per la richiesta del sussidio."
"Va bene, la prego, mi segua."
Il Mr viene fatto salire al primo piano e fatto accomodare su uno dei divanetti.
"Attenda qui. Dennis sarà da lei al più presto."
Poco dopo, i suoi occhi si sono imbattuti in due polpaccioni da wrestler stretti in un tubino. Alzando lo sguardo: camicia sblusata, messa impiega, mascara, rossetto.
"Piacere, sono Denise." Ha detto Dennis-Denise porgendogli una mano grande qaunto una pala, attaccata ad un villoso avambraccio che avrebbe fatto invidia a Bud Spencer. "Come posso aiutarla?"
Il Mr ha impiegato diversi minuti prima di riuscire a proferire parola.

giovedì 4 giugno 2009

Tanto per stare tranquilli

Grazie a Silvia di Genitori Crescono, Raperonzolo è stata illuminata. Ha scoperto i bambini amplificati. Bisogna averne uno per capire il glorioso senso del termine, se poi se ne hanno due la comprensione trascende, si eleva. Insomma, s'impara a guardare i propri figli sotto tutta un'altra luce e a spiegarsi tante cose.

In vacanza, per esempio.

Prendiamo due genitori che abbiano deciso, almeno per una volta, di recarsi in una località ampiamente attrezzata per famiglie con bambini, dove tutti i ristoranti della zona, oltre a servire straordinari piatti a base di mossaka, tsakiki e dolmades abbiano un'area giochi. Tanto per stare tranquilli.

Ristorante numero uno

Il bambino amplificato di sette anni entra nell'area giochi. Con occhio clinico analizza la situazione. Ci sono due casette e uno scivolo. Alcuni bambini giocano individualmente con le varie attrezzature, altri invece siedono pacificamente a tavola con i genitori. Immediatamente ha chiaro il da farsi. Invita il fratellino e una bimbetta ad aiutarlo e insieme spingono una delle casette fino a congiungerla con l'altra, facendo sì che le due porte combacino per cui si possa entrare solo dalle finestre, ma all'interno si formi una specie di tunnel. Ecco una nave. Poi spinge lo scivolo sul davanti per farle una prua. A questo punto si arrampica sul tetto, annuncia che si tratta di una nave pirata e grida all'arrembaggio. Nelle successive due ore è un caos di schiamazzi, una ressa di bambini, accorsi da tutto il ristorante, che entrano e escono dalle finestre, si arrampicano e si lanciano sullo scivolo direttamente dal tetto.
Panico.

Ristorante numero due

Il bambino amplificato di tre anni entra nell'area giochi. Osserva i vari giochi a sua disposizione e decide d'ignorarli. In compenso si dedica a cogliere tutti i fiori dalle fioriere e a portarli in dono alla madre. Lei lo ringrazierà commossa trascorrendo poi i successivi venti minuti a scusarsi mestamente con i ristoratori.

Ristorante numero tre

Il bambino amplificato di sette anni osserva i vari bambini sparpagliati nell'area giochi che se ne stanno ciascuno per proprio conto a crogiolarsi chi su un su e giù, chi su un cavallino a dondolo, chi su una macchinina. Decide immediatamente che tale dissociazione è un inutile sperpero di risorse umane e materiali. L'ignara potenziale comunità ha bisogno di un'immediata leadership in grado assicurare una convergenza verso un preciso obiettivo e attività ludiche ben articolate. Entra allora nella casetta e annuncia a gran voce che l'ufficio postale è aperto e lui ha bisogno di personale che lo aiuti a smistare la posta. Nel giro di pochi secondi dieci aspiranti piccoli impiegati si accalcano all'interno della casetta (circa un metro quadro). Impossibile sarà poi districare l'ingorgo di braccia, gambe e teste che si è creato.

Ristorante numero quattro

"Mamma, papà, correte! Fratellino ha vomitato.
"Ma come ha vomitato? Ha messo in bocca qualcosa che lo ha fatto star male?"
"No, ha vomitato perché si stava strozzando da solo!"
"Si stava strozzando da solo???"

Talvolta i bambini amplificati di tre anni si mettono le mani intorno al collo e stringono più forte che possono... così, tanto per vedere che succede.

martedì 2 giugno 2009

Lasciare una traccia

Quando ci troviamo in luoghi estranei e tra estranei, tra persone che vediamo per la prima volta e che forse mai più rivedremo, il più delle volte passiamo inosservati, altre volte invece avviene l'incontro, breve, fugace e volatile. Un aereo che vola e siamo già dimenticati. Può però capitare che un nostro atto, gesto, parola o altro lascino una traccia. Allora subito e indelebile si forma l'impressione, come un'impronta nella memoria.
Quella signora francese, seduta ad un ristorante di Alikanas, per esempio, vedrà per sempre Raperonzolo sospesa in quell'attimo in cui voltatasi a salutarla, continuando a camminare, centrava in pieno un palo.
Purtroppo è di solito il Mr Bean che si cela dentro ciascuno di noi a farci lasciare una traccia.