Tra le molteplici imprese titaniche della mamma contemporanea spicca per rilievo e spessore neurologico quella che la vede imperviamente ostinarsi (non si sa bene se per senso di responsabilità, amore filiale o puro masochismo) a portare settimanalmente il proprio primogenito a lezione di nuoto.
Il viaggio epico ha avvio solitamente in congiunzione con la seconda gravidanza. La mamma appesantita e stracca, che avrebbe voglia soprattutto di mettere i piedi a mollo in una bacinella e sonnecchiare su una soffice poltrona, centrifuga invece coscienziosa per la casa raccattando accappatoi e costumi, shampoo e docceschiume, cuffie e occhialini inseguendo il proprio treenne che leva e mette le scarpe, accende e spegne la TV, si ricorda che deve fare pupù quando lei è già sulla porta di casa e pipì quando lo ha appena agganciato sul seggiolino della macchina.
L'arrivo in piscina avviene solitamente in tempo limite con un margine di trenta secondi netti per spogliare, mettere il costume e far rifare la pipì al giovane pac-man che alla sola visione del centro sportivo entra in una fase centrifugale pressoché inarrestabile. Non aiuta la cubatura dello spogliatoio che deve contenere una mamma con un girovita d'un metro e mezzo, una scheggia impazzita e svariati ettari di tessuto tra giacche, cappotti, maglioni, accappatoi e zainetti, il tutto diligentemente rimosso in quanto se fuori sono meno cinque gradi, dentro sono trentacinque richiedendo una substratificazione del vestiario consono sia ad un clima polare che ad uno tropicale.
Può anche capitare, come è successo alla distratta Raperonzolo, di eseguire tale incongrua operazione in pieno travaglio, con contrazioni allarmanti, ampia dilatazione, e lei l'unica che può guidare e riportare tutti a casa, tre ore prima di partorire.
Le cose non migliorano nei mesi successivi alla nascita del secondogenito. Se il girovita ora consente un certo margine di movimento all'interno dello spogliatoio sopra il metro, nei bassifondi la quadratura del pavimento subisce invece una drastica riduzione, essendo in parte occupata dall'ovetto, la borsa del cambio pannolini, la scorta di biberon. Ora madre e giovane pac-man operano il cambio destreggiandosi come equilibristi in bilico sulla fune, attenti a non inciampare sulla nuova entry familiare. Né contribuiscono al karma materno le migliaia di strepitanti decibel elargite senza parsimonie dall'inquilino dell'ovetto.
L'uscita dallo spogliatoio tende a farsi complicata: avviene in varie fasi, in quanto per farla in una fase sola ci vorrebbe la dea Kalì. E allora, esce un figlio rientra la mamma, esce l'ovetto rientra un figlio, esce la mamma riesce il medesimo figlio, rientra la mamma, escono due braccia con l'accappatoio, esce la mamma con le giacche, rientra un figlio e riescono madre e figlio con le borse e le giacche. E l'ovetto? Nessuno si ricorda più dov'è.
La mamma naturalmente non ha mai i 50 pence necessari per l'armadietto e i sette metri che la separano dalla sezione spettatori rappresentano un'odissea senza limiti: sommersa sotto svariate tonnellate di capi di abbigliamento di cui non ha potuto neanche temporaneamente disfarsi, con zainetti e borse a tracolla e ovetto appeso ad un braccio si fa largo tra la calca in uno stato di liquefazione da sauna finnica. A nulla può la pianificazione: intrattenere un neonato perennemente urlante, pur armati di ciucci, biberon e santa pazienza si rivela di solito un'impresa al di sopra delle possibilità materne e la fine della lezione di nuoto è attesa con ansiosa trepidazione, pur comportando essa una ripetizione dell'odissea precedente nella sezione docce, una bolgia di mamme, bambini, ovetti, passeggini, incroci di braccia, di shampi, saponi, asciugamani e quattrenni che non ne vogliono sapere di uscire da sotto la doccia.
I guai arrivano quando il secondogenito comincia a gattonare. Terminata l'era dell'ovetto, si opera ora di passeggino che occorre spingere lungo corridoi angusti e affollati, parcheggiare necessariamente fuori dallo spogliatoio lasciando la porta aperta. Il passeggino offre il pregio di divenire ricettacolo delle tonnellate di bagaglio, ma il difetto di contenere sempre brevemente il bambino. Non importa quante volte la mamma abbia ripetuto l'operazione ma ogni volta arriva quel fatidico momento in cui gli strepiti hanno la maggiore, lei preleva l'ulratore dal suo trono e il passegino sbilanciato dall'assenza dell'occupante collassa all'indietro trascinandosi appresso tutto quello che lei ci aveva appeso. Ora l'infante si divincola tra le braccia e approfittando di una distrazione della mamma, impegnata a raccattare oggetti sparsi per mezzo spogliatoio, parte gatton gattoni ripulendo i lerci pavimenti, mettendo in bocca tutti gli oggetti di dubbia natura e alto gradiente nocivo che trova e scomparendo in un qualche cubicolo.
Appena il secondogenito cammina, alla dinamica di cui sopra si aggiunge anche l'ora trascorsa dalla mamma a rincorrere il giovane Mennea per tutto il centro sportivo, impedendogli nell'ordine: di scivolare essendo per terra sempre bagnato, di tuffarsi nell'acqua perché non sa nuotare, di farsi la doccia vestito, entrare nel bagno degli uomini, rinchiudersi negli armadietti, fuggire all'esterno fino alla strada, rubare i ciucci di tutti i bebé (nonostante lui il ciuccio non lo abbia mai voluto), rifilare un cazzotto al primo minibipede che vede così tanto per fare. Intanto il fratello ormai cinquenne si ostina a non volere uscire dalla doccia.
Recentemente Rape', con un semi-treenne ed un seienne, ha cominciato a vivere l'esuberante sensazione di superare indenne, senza cioé infliggere ulteriori colpi mortali al proprio sistema nervoso, l'apoteosi-nuoto. Attende però con una certa positiva ansia il mese di gennaio, quando cioé potrà consegnare entrambi i figli alle rispettive maestre di nuoto e godersi trenta minuti di PACE.