mercoledì 30 aprile 2008

La storia di Raperentola

Raperonzolo la sera va a letto troppo tardi. Lo sa. Allora ogni tanto si impone dei periodi di autodisciplina, e come Cenerentola a mezzanotte in punto spegne il computer e se ne va a dormire. Naturalmente dimentica sempre qualche cosa.
0:20 – Raperentola è al caldo sotto le coperte, pronta ad almeno sei ore di sonno filato.
0:45 – Ancora sveglia, non si ricorda se ha abbassato il termostato del riscaldamento. Pensa di sì e si rigira dall’altra parte.
0:55 – Decide che è il caso di andare a controllare.
1:20 – Mentre sta quasi per prendere sonno, si alza di scatto: i soldi per il dentino!!! Figlio-uno ha perso il suo terzo dente da latte e lo ha fiduciosamente infilato sotto il cuscino. Una dimenticanza così genererebbe nella suddetta complessi di colpa di tale portata da lacerare irrimediabilmente il già precario senso di autostima. Con un balzo è giù di sotto a rovistare nel borsellino. Poi s’intrufola nella stanza dei bambini attenta a non svegliare Figlio-due che al sonno più leggero d’un legionario. Lo trova audacemente infilato nel letto del fratello avvinghiato a lui come un boa constrictor. E’ sveglio ma fa finta di dormire per paura di essere rispedito nel suo letto. Raperentola fa finta di non vedere. Eseguita la delicata operazione Tooth Fairy se ne trona a letto riappacificata con se stessa.
1:45 – Si ode un botto, un tonfo, un rumore infernale. Questa volta entrambe i coniugi si alzano di scatto. Cos’è crollato? Il tetto? Casa? Figlio-due è cascato dal letto? Raperentola si precipita nella stanza dei bambini: tutto ok. Scende giù di sotto, niente da segnalare. Risale allora di sopra e dà un’occhiata alla stanza del computer. Poi torna a letto.
- Che è successo?
- Niente, niente, è crollato uno degli scaffali nella stanzetta, quello carico di libri da una tonnellata cadauno. Per fortuna sono venuta a letto presto. Mi sarebbe cascato tutto in testa. Buonanotte.
2.10 – Figlio-due piange. Ha male ad un orecchio. OK, otite. Domani ci sarà da portarlo dal dottore. Raperentola gli dà un po’ di Neurofan per calmargli il dolore, un po’ d’acqua e lo rimette nel lettino. Buonanotte.
2:25 – Figlio-due ripiange. Ancora tanta bua. Ok, mamma ti fa un po’ di compagnia.
3.00 – Ancora Figlio-due. Raperentola comincia a dare acuti segnali di scompensi psico-motori.
3:20 – Sempre Figlio-due. Questa volta il papà prende in mano le redini della situazione, secondo quel tacito accordo di darsi una mano nelle notti difficili. Il papà si alzerà poi tre volte nell’ora successiva, fino a che, alle 4:30, stremato, deciderà di portare Figlio-due nel lettone. Purtroppo per i nostri figli il lettone è percepito come sala riunioni, giochi, attività d’intrattenimento, momenti canori, salti sul materasso, gioco al tunnel. Si fa di tutto nel lettone, tranne che dormire. Da qui si deduce che quella di portare un figlio nel lettone è una scelta talvolta necessaria ma di stampo decisamente masochistico. Fingo la catalessi.
5:30 – Il papà minaccia Figlio-due di riportarlo nel lettino dopo che si è arrampicato sulla sponda del letto e attentato di buttare giù un quadro. Ne segue una crisi isterica che fa tremare le mura di casa.
5:50 – Figlio-due con le mani mi tira i capelli e con i piedi calci. Ringhio.
6:10 – Figlio-uno spalanca la porta e annuncia:
- Mamma! Papà! Guardate! E’ venuta la Tooth Fairy e mi ha lasciato una monetina!!!
6:30 – Suona la sveglia. Buongiorno Mattino! Dice Raperentola approssimandosi a cambiare il primo pannolino della giornata. Tutto sommato poteva andare peggio. Fino a sei mesi fa questa sarebbe stata una buona nottata.

martedì 29 aprile 2008

Mamma! Guarda!

- Mamma! Mamma! Guarda! Io e Calimero ci siamo fatti la doccia!
- Che ha detto? – Mi chiede S, la mamma di Calimero, che ovviamente non capisce l’italiano.
- Niente, niente, ha detto che si sono fatti la doc… SI SONO FATTI LA DOCCIA???
Ci precipitiamo in fondo alle scale e li osserviamo lassù, sul pianerottolo, tutti nudi, grondanti e ridenti.
Io e S. ci scambiamo una sguardo dubbioso: urliamo o ridiamo?
Avremmo certamente urlato non fosse che in quel momento stavamo parlando di mamme e antidepressivi. Ok, ridiamo.
KNOCK KNOCK
- Salve sono PC doctor, le ho riportato il computer!
E ora eccoci, due duenni aggrappati al cancelletto come delle scimmie, due seienni nudi e grondanti in cima alle scale, io e S. con una tazza di tè in mano e PC doctor alla porta col computer sotto braccio.
La vita talvolta è una farsa.

lunedì 28 aprile 2008

Non glielo dire

- Mi raccomando Figlio-uno, non dire a Calimero che oggi andiamo a casa di James Bond.
L’amicizia che lega Figlio-uno, Calimero e James Bond (in virtu` della sua maniacale ossessione per i travestimenti) e` irta di spine per il povero Calimero. Disperazioni da classico triangolo. Figlio-uno e James Bond da non poter separare neanche con la fiamma ossidrica, e Calimero dietro.
Da alcuni mesi James Bond non e` piu` nella stessa classe: e` in una scuola privata. Si temeva il dramma. Invece, visto che la nuova divisa prevede giacca e cravatta, il giovane 007 ha detto: “Wow!” Figlio-uno, visto che James Bond abita a pochi metri, dopo breve meditazione ha detto: “vabbé, a scuola c’e` Calimero.” Unico inconsolabile: Calimero.
- Mamma, voglio andare anch’io alla scuola di James Bond! – Ha implorato tra i singhiozzi.
- Calimero caro, anche se ci vendessimo casa per pagarti la retta non riusciremo neanche a farti finire le elementari, quindi scordatelo.
La situazione rende delicati i pomeriggi di giochi.
Raperonzolo e` molto amica di entrambe le mamme e a volte quando Figlio-uno e Calimero fanno lezione di calcio ed escono da scuola piu` tardi, invita tutta la banda. Altre volte invece e` la mamma di James Bond a fare gli omaggi. Ma non sempre invita tutti. Per evitare troppa baraonda, capita occasionalmente che inviti solo noi. Per questo, quando sospetto che sia cosí, mi premunisco di dire:
- Mi raccomando Figlio-uno, non dire a Calimero che oggi andiamo a casa di James Bond.
Ora, la regola-uno del buon senso impone di non dire mai ad un seienne di non fare una cosa. Innanzi si spalancano voragini e abissi consequenziali.
- Perché non glielo posso dire?
- Perché non so se la mamma di James Bond ha invitato anche Calimero.
- E allora?
- E allora se non lo ha invitato poi a lui dispiace di sapere che tu andrai a giocare con James Bond.
- Perché gli dispiace?
- Perché lui non puo` venire.
- Perché non puo` venire?
- Perché non e` stato invitato.
- Perché non e` stato invitato?
- Non lo so se non e` stato invitato ma potrebbe non essere stato invitato.
- Sí, ma se e` stato invitato allora puo` venire.
- Sí, ma noi non lo sappiamo quindi per sicurezza non glielo dire.
Detto-fatto, Figlio-uno con un calzino su e uno no, in mutande, mentre cerco di cambiarlo e recuperare la divisa sparpagliata per la classe, ha gia` fatto un balzo verso Calimero.
- Calimero! Calimero! Oggi vado da James Bond!!!
Quelle che seguono sono una serie d’istantanee prima dell’apocalisse.
Click! la mamma di Calimero mi guarda con un’espressione mista di panico e orrore.
Click! Calimero spalanca la bocca e resta irrigidito in un’apnea di tensione muscolare.
Click! Figlio-uno tuffa la testa nella maglietta che si sta infilando ed evita di riemergere.
Click! Chiudo gli occhi e stringo i denti.
- Ahhhhhhhh!!! - L’ululato-boato di Calimero risuona per tutta la scuola.
La sua mamma, a quel punto, lo abbraccia addolorata. Raperonzolo vorrebbe scomparire. Non le resta dunque che finire di rivestire Figlio-uno il piu` in fretta possibile, frugando nella testa alla ricerca di un qualcosa di tranquillizzante da dire teso alla pace e il bene universale. Intanto Figlio-due, che si e` stufato di aspettare nel passeggino, si mette a strillare piu` forte di Calimero, lancia scarpe e calzini e con una mano-zampata abbatte lo scaffale dei libri di lettura. Voila`! E’ il caos. Raperonzolo annaspa alla ricerca di una via d’uscita.
Drinnn
Un classico.
- Salve sono PC doctor! Volevo dirle che il computer e` pronto!
Ora Raperonzolo e` impegnata su sei fronti: raccattare scarpini e parastinchi, prendere accordi per la consegna del computer, ponderare una gamma di supplizi verbali da indirizzare a Figlio-uno al momento opportuno, lanciare uno sguardo truce a Figlio-due, fare immaginari segnali di fumo alla mamma di Calimero intimandole di aspettare, annuire al bidello che sí, sí, mi sbrigo lo so che deve chiudere e mi sono anche accorta Figlio-due sta demolendo la classe.
Quando ho finito la telefonata, rimesso a posto i libri, recuperato scarpe e calzini di entrambe i figli, vengo praticamente spinta fuori dalla porta dal bidello, ma la mamma di Calimero si e` vaporizzata.
Oddio ora che faccio? Le telefono? Mi scuso? Le spiego?
- Uh uh mamma! – dice Figlio-uno rimaterializzandomisi davanti – ho dimenticato Gorilla!
La porta naturalmente e` gia` chiusa a chiave.
KNOCK KNOCK
- Scusi, possiamo rientrare un minutino a riprendere Gorilla?

giovedì 24 aprile 2008

Richiesta di assunzione

Gentile Piattini,

mi scusi subito il Lei, ma l’occasione, come capira`, e` altamente formale.
Ho letto con molto interesse il suo recente annuncio in cui ricerca talenti per un nuovo genere d’avanguardia. Credo di essere cio` che fa per Lei.
Mi chiamo Raperonzolo e al momento mi dedico con passione a due attivita` professionali: quella di mamma e quella di scrittrice. Nessuna delle due mi da` da vivere, in compenso la prima mi rende nevrastenica e la seconda schizoide. Cerco di contenere la seconda, ma come capira` non posso astenermi dalla prima.
Sono attualmente in terapia presso il presente blog ed alcuni miglioramenti, Le diro`, ci sono stati. Grazie a Lei apprendo pero` di avere innanzi nuovi orizzonti professionali, e questo potrebbe certamente essermi di grande aiuto.
Le allego per tanto alcuni soggetti nella speranza che possa ritenerli all’altezza del suo progetto.

Yours sincerely

Raperonzolo

1) Una mamma cucina e allatta (con il pupo attorcigliato a mo’ di scialle); nell'altra stanza la TV e` a tutto volume e l'altro figlio e` arrampicato sulla libreria. Squilla il telefono, la mamma molla il sugo e va a rispondere. Mentre risponde al telefono, suonano alla porta. La mamma va ad aprire con il telefono in mano e il poppante attaccato alla tetta . Si sente un urlo, crolla la libreria. La mamma corre e per fortuna il figlio e` miracolosamente illeso ma disperatamente in lacrime. Il testimone di Geova aspetta alla porta. Il telefono gracchia offerte speciali di cucine, assicurazioni, viaggi ai Caraibi. Il sugo si brucia. Il figlio continua a piangere. Il poppante strilla. Il marito, in poltrona, continua a gingillare col telefonino.
Sit-com in 365 puntate in cui in ogni inquadratura, il marito appare sempre nella medesima posa mentre intorno a lui succede di tutto. Effetto esilarante assicurato.

2) A & G sono una coppia agiata. Pochi giorni prima di andare in maternita` A. scopre che la compagnia per cui lavora subira` una fusione. Non si preoccupa perché si sente tutelata. Purtroppo, quando alcuni mesi dopo e` il momento di rientrare a lavoro scopre di essere stata licenziata. Si rivolge ad un avvocato, ma poiché la compagnia le paga una buona uscita superiore al minimo imposto dallo Stato, l’avvocato le dice che anche in caso di causa lei percepirebbe meno soldi di quelli che le sono stati offerti: 6 mesi di stipendio. A. dice pazienza, lo prende come un segno del destino e decide di dedicarsi al bambino a tempo pieno. Pochi giorni dopo pero` anche il marito perde il lavoro e poiché era stato assunto da meno di un anno non ha diritto ad alcuna liquidazione.
A sfondo neorealista. Autobiografico.

3) E. mamma di 4 figli, per evitare che la bambina si ribalti col seggiolino che si e` sganciata da sola, causa un incidente d’auto. Non si fa male nessuno ma la macchina e` distrutta. Ci sono ancora tre anni di rate da pagare che l’assicurazione non copre. E. non lavora e il marito fa il camionista. Per almeno tre anni non possono permettersi di acquistare un’altra macchina. La scuola dista due chilometri da casa e il sistema scolastico britannico prevede orari diversificati e seconda delle classi.
8:55 - Dopo aver percorso due chilometri a piedi con 4 bambini di eta` compresa tra gli 8 e i 2 anni e mezzo, E. accompagna i due grandi alle elementari.
9:00 – Lascia il terzo all’adiacente materna.
9:05 – Lascia la quarta all’adiacente playgroup.
Va a fare la spesa.
11:15 – Con tutte le borse della spesa riprende la bambina dal playgroup.
11:30 – Riprende il bambino dalla materna.
Percorre i due chilometri con i bambini e la spesa. Mette a posto, cucina, da` da mangiare ai bambini e riesce (sempre con i piccoli al seguito) per andare a riprendere i grandi.
15:05 – Riprende il secondo figlio che fa la prima.
15:15 – Riprende il primo figlio che fa la quarta.
Sembrerebbe una giornata drammatica, in realta` E. e` costretta a fare questo tutti i giorni. Decisamente un film dell’orrore, adatto solo ad un pubblico adulto.

mercoledì 23 aprile 2008

Del computer e altri deliri

- ‘Morning sono PC doctor.
- Buongiorno a lei dottore, mi fa piacere risentirla, credevo si fosse perso in un micro-chip. Come va il malato?
- Purtroppo devo darle una brutta notizia.
- Come una brutta notizia? E’ grave? E’ terminale? Si e` autodisintegrato in sala reinstallazione?
- No, terminale no, si puó salvare…
- E allora? Qual e` la brutta notizia?
- Occorrerebbe operare…
- E…
- Asportare una motherboard, trapiantare una nuova motherboard, un nuovo processore, il ventilatore e anche la scatola esterna.
- Cioe` non resterebbe niente…
- Béh, le resterebbe l’hard-drive e il DVD writer, ma non le conviene…
- E allora proceda.
- Procedo a cosa?
- Operi pure. Trapianti tutto. Lo salvi!
- Ma scusi, le ho appena detto che non le conviene. Lo dico contro il mio interesse. Farlo riparare le costerebbe piu` che ricomprarselo nuovo.
- E allora?
- Guardi, forse non mi sono spiegato…
- No, no, ho capito… sono io che non mi sono spiegata. Allora, innanzitutto dentro quell’hard-drive ci sono due anni di foto dei miei bambini (sa, io sono un po’ lenta a stampare e un po’ distratta nelle operazioni di back-up). E poi non bisogna dimenticare che far riparare e` piu` etico che ricomprare. Per esempio, mi dice lei se butto un PC dopo solo due anni quanto ci mettera` il pianeta terra per smaltirlo? Due-tremila anni? Senza contare che se lo faccio riparare do` lavoro a lei che mi sembra un onest’uomo invece di incrementare il bonus di un qualche corporate executive di una qualche big corporation. In questo modo recupero le foto dei figli, salvo il pianeta Terra e agevolo la microeconomia in un colpo solo. Allora, mi dice lei se ancora non mi conv… PC doctor… e` ancora lí?

Ancora incerta sulle sorti del computer, Raperonzolo immagina deliranti disquisizioni etiche con un tecnico dei computer.

martedì 22 aprile 2008

Dominio globale

Nella ridente cittadina di Raperonzolo c’e` un supermercato Tesco.
C’e` un supermercato Tesco anche nella cittadina attigua, e in quella un po’ piú in lá. Infatti non c’e` citta` in tutto il Regno Unito senza almeno un supermercato Tesco.
A dire il vero Tesco ha supermercati un po’ ovunque in tutta Europa.
Nella ridente cittadina di Raperonzolo il supermercato Tesco e` enorme, ma Tesco ne vuole uno piú grande. Per costruirlo ha presentato un piano che prevede lo sventramento di parte del centro cittadino. Ovviamente Tesco pensa alla “comunita`”. Il megamaxi supermercato multipiani infatti prevederá supermaxi parcheggi, uno shopping centre annesso e “affordable homes”. C’e` solo un problema: la ridente cittadina di Raperonzolo e` una delle poche cittadine medievali del Regno Unito, conta solo trentamila abitanti, ha gia` cinque supermercati e la maggior parte della gente fa shopping online.
D’altra parte da Tesco si puo` fare la spesa. Si possono comprare gli utensili da giardino. E la terra per le fioriere. E i fiori e le piante.
Da Tesco si comprano le divise scolastiche dei bambini. E i vestitini, le canottiere, le mutande, i calzini, i pantaloni, le magliette, i maglioni, le scarpe e le pantofole.
Da Tesco si puo` acquistare un divano. E la televisione. E il lettore DVD. E il nuovo fantastico Wii. E il computer. E tanti tanti giochi, film e CD.
C’e` tutto quello che ti serve per il bebe` da Tesco. E anche per la casa: piatti, bicchieri, pentole, tovaglie, frullatori, tostapane e la kettle.
Da Tesco puoi acquistare un bel Ipod. E il meraviglioso Iphone. Puoi ricaricare fino a quanto ti pare.
Da Tesco puoi anche fare l’assicurazione sulla casa. E sulla vita. E per la macchina. E se ce l’hai, béh, assicurati anche il cane e il gatto, non si sa mai.
Da Tesco puoi farti instalare la broadband. E la TV digitale.
Puoi chiedere un loan.
Puoi sviluppare foto.
Puoi cambiare gli spicci.
Puoi cambiare valuta.
Comprare il giornale.
E la lotteria.
Da Tesco puoi fare il pieno di benzina.
Con Tesco puoi fare shopping online. Puoi acquistare su catalogo. Con Tesco ti ci puoi anche ammobiliare casa.
Da Tesco tutto costa poco.
Tesco ti da` un punto per ogni pound. Poi i punti li puoi far convertire e acquistano quattro volte il valore.
Grazie a Tesco la Rapefamiglia ogni anno fa il tagliando alla macchina gratis. E carica la macchina sul treno dell’Eurotunnel.
Tesco da` anche i buoni delle scuole perché si possano comprare computer, attrezzi ginnici, palloni.
Tesco e` bene avviato verso il dominio globale.
Raperonzolo e` abbastanza no-global e sogna immense esplosioni. Un caleidoscopio di frammenti, polli e pizze surgelate che scendono dal cielo (se avete mai visto Zabriskie Point capite di cosa parlo).
Raperonzolo Tesco vorrebbe vederlo sparire dalla faccia della terra.
Ma Raperonzolo non e` una dinamitarda, e` una mamma responsabile, e di solito finisce i soldi a meta` mese. Per cui fa la spesa da Tesco, perché almeno a quella meta` del mese ci arriva.
E colleziona i punti.
E i buoni per le scuole.
Certo sogna anche di rifugiarsi in una organo-fattoria nello Yorkshire alimentata a pannelli solari, ma poi la fanghiglia e l’assenza di sole la dissuadono.
E l’alternativa si chiama Wal-Mart.

domenica 20 aprile 2008

San Giorgio e il drago

- Che facciamo oggi, mamma?
- Andiamo al Festival di San Giorgio.
- Chi e` San Giorgio?
- Il santo patrono dell’Inghilterra.
- Che cos’e` un santo patrono?
- Béh, un santo e` un cristiano che si e` prodigato nel fare del bene. Un patrono e` un protettore.
- E che cosa ha fatto San Giorgio?
- Ha ammazzato un drago.
- Ma non avevi detti che i draghi non…
Conscia della mia ignoranza nei dettagli agiografici del santo in questione, infilo giacche e calosce alla truppa e spingo tutti fuori dalla porta.
Il St. George’s Festival si tiene ogni anno a Wrest Park in Bedfordshire, e la Rapefamiglia e` sempre presente. Per ventisette pounds e cinquanta pence, tre ore di fango, freddo e reumatismi sono assicurati. Come al solito c’e` sempre qualche British in maniche corte, noi invece siamo in formato spedizione antartica.
Due ore volano come il vento facendo a turno a rincorrere Figlio-due che non ne vuole sapere di tenere la mano, stare nel passeggino o mantenere una distanza da noi inferiore ai trecento metri. Figlio-uno e` ipnotizzato da saltimbanco, giullari, giocolieri e mangiatori di fuoco.
Tempo della giostra di San Giorgio.
E’ l’evento clue del festival. L’area e` estesa e intorno si assiepano alcune centinaia di persone. Come in tutte le giostre che si rispettino c’e` il telecronista (un po’ Bruno Pizzul e un po’ Gigi Marzullo, fate voi). Tra un gracchiare di microfoni farfuglia la leggenda di San Giorgio. Riesco a captare qualcosa sui numerosi Giorgi romani (i Giorgi romani?) e i terribili saraceni (romani e saraceni?), poi c’era anche on drago. Ok.
Ma ecco che arriva il terribile saraceno. Cavalca un cavallo scuro, e` vestito di nero e porta un mantello e una mascherina nera. Sarebbe il ritratto di Zorro, non fosse che dal naso sembra Cyrano de Bergerac. E’ il villain.
Pizzul-Marzullo incita la folla e tutti fanno buuu al villain. Manca l’hero che non si fa aspettare. E’ San Giorgio in macho-corazza. Purtroppo non sa cavalcare e non riesce a raggiungere il saraceno. Quello ci prende gusto, gli rifila due spadate fuori copione e fa scappare l’hero fuori dall’arena.
Silenzio.
Pizzul-Marzullo e` confuso, comincia ad annaspare e prendere tempo esortando l’hero. San Giorgio se ne sta a ridosso dell’arena, piegato in due sul cavallo colto da fremiti di riso.
Il saraceno esulta.
Il pubblico fa buuu.
Pizzul-Marzullo non sa piu` che fare.
Dieci minuti e otto WE-NEED-A-HERO dopo, San Giorgio ancora sghignazzando rientra a spada tratta. Conscio del ritardo sulla scaletta, questa volta Cyrano de Bergerac si dilegua appena lo vede.
Applausi.
E ora il drago.
E’ un drago di cartapesta a misura d’uomo che sbatacchia le ali e inciampa ovunque mette piede. Si piazza al centro dell’arena e aspetta di essere scannato.
Pizzul-Marzullo, vedendo arrivare San Giorgio, emette dal microfono il ruggito del drago. Ne esce un boato cavernicolo, una specie di scorreggia, il cavallo di San Giorgio terrorizzato s’impenna, fa dietro-front e fugge a velocita` supersonica.
Silenzio.
Il pubblico e` perplesso.
Pizzul-Marzullo in lacrime.
Il drago contempla l’hara kiri.
Venti minuti dopo torna San Giorgio - a piedi. Corre trafelato, convinto che siano ormai gia` tutti a casa. Quando vede che il pubblico imperversa nonostante il tempo infame si gasa, ammazza il drago con uno sguardo e poi inneggia come Tardelli ai mondiali di Spagna.
Applausi.

sabato 19 aprile 2008

Accidentally

Uscita da scuola.
- Figlio-uno perché la tua giacca e` in una busta di plastica?
- Ah sí, mamma, perché accidentally mi e` caduta nel water.
Vengo colta alla sprovvista, non capisco. Figlio-due dal passeggino comincia a far volare scalpe e calzini. Mi volto.
- Ti e` caduta la giacca nel water? Ma come ti e` caduta la giacca nel wate…
Figlio-uno ha approfittato della distrazione ed e` gia` corso via a giocare con i suoi amichetti.
Il mistero di una giacca che accidentally cade nel water dara` via libera ad una serie infinita di congetture, ciascuna delle quali assolutamente implausibile e totalmente surreale.

venerdì 18 aprile 2008

Letture serali

Ogni sera leggiamo a Figlio-uno qualche pagina di un libro. Terminato The Hobbit siamo passati da poco a Skulduggerry Pleasant, la storia di un assai strano e inquietante detective. Di solito a leggere ci pensa il papa`, ma quando lui fa tardi o e` fuori faccio io le veci. Questa sera era la prima volta che toccava a me da quando si e` passati al nuovo libro. Comincio a leggere con disinvoltura e dopo alcune righe m’imbatto nel nome del protagonista e mi s’intorcigliano prima gli occhi e poi la lingua.
- Figlio-uno, scusa, com’e` che pronunci questo nome?
- Scheoaldugheri.
- Ok, Scheoaldugheri. - e proseguo a leggere.
Dopo circa mezza pagina ricompare il nome (sfido e` il protagonista). Panico, me lo sono gia` dimenticato. Farfuglio qualcosa del tipo Sculdgerri
- Mamma, non si dice Sculdgerri. Si dice Scheoaldugheri.
- Ok, scusa.
Ripeto a pappagallo e vado avanti. Il protagonista non e` in scena per le due pagine successive. Quando m’imbatto per la terza volta nel nome penso: questa volta non mi freghi, Scaldigarri.
- Chi?
- Scaldi… amore, scusa, mamma si e` confusa. Non e` che mi ripeteresti come si pronuncia?
- Scheoaldugheri.
Ormai tra me e Scolidigiorri e` una questione di puntiglio. Leggo un intero capitolo senza seguire la storia ripetendomi mentalmente il nome. Ora appena mi ti pari davanti ti faccio secco Sculdigatti.
- Amore, come hai detto che si chiama il protagonista?
- Mamma, ascoltami bene e cerca di imparare perché dopo non te lo ripeto piu`! Si chiama:
S-C-H-E-O-A-L-D-U-G-H-E-R-I.
Siamo appena a pagina venti. Le serate dei prossimi mesi si prevedono difficoltose.

mercoledì 16 aprile 2008

Action-Tots

Mercoledí e` un giorno speciale per me e Figlio-due. É il giorno di Action-Tots: attivita` ginniche per bipedi sotto il metro.

Fase 1 – I minibipedi vengono lasciati liberi in una sezione della palestra stracolma di palle di ogni diametro. Per la mamma del killer duenne e` una fase molto pericolosa: occorre interagire calciando palle, palline e palloni senza tregua onde distrarlo dalle potenziali vittime. Si puó anche giocare a minibasketball, ma sono mesi che cerco di far capire a Figlio-due che una palla di mezzo metro di diametro non entrera` mai in un canestro di quindici centimetri.

Fase 2 – Ci si riunisce in cerchio e si fa riscaldamento cantando nursery rhymes. Questa e` una fase molto gradita alle mamme, in quanto tutto quell’allargare le braccia, sbattere i piedi e battere le mani puó farle apparire discretamente beote, ma e` di solito l’unica attivita` sportiva di cui beneficiano per cui ci danno sotto.
Tra le mamme ce n’e` una che ho soprannominato “madre coraggio”. Canta allegramente Wheels on the bus con la sua duenne, con a pochi metri, parcheggiate in carrozzina, due gemelline di cinque mesi. In quei quarantacinque minuti di solito, oltre a svolgere tutte le attivita` prerviste, cambia tre pannolini, accorre a crisi di pianto, ripulisce rigurgitini, allatta e fa giocare le gemelline stendendole su un tappetino pieno di sonaglini, il tutto con il sorriso sulle labbra. O e` un androide o sniffa.

Fase 3 – I nani passano agli attrezzi. Saltellano sui cerchi (che Figlio-due invece si ostina a lanciare creando ingorghi indistricabili), giocano a campana, si arrampicano sule scale, scendono dagli scivoli, s’infilano sotto i tunnel, fanno gli equilibristi sulle travi. Questo in teoria perché la maggior parte dei nani non capisce nulla di quello che gli si chiede di fare. Per la mamma dunque e` tutto un reggi, sorreggi, rincorri e tira su. Una fase sconsigliata a mamme con sciatica. Mamma coraggio continua a sorridere, io ne esco in barella.

Fase 4 – Si gioca a palla con mamma. Il minibipedi devono tirare la palla a mamma e mamma a loro: da in piedi, da seduti, tirandola in alto o passandola sotto le gambe. Questi dieci minuti vengono di solito da me trascorsi rincorrendo con la palla Figlio-due per tutta la palestra.

Fase 5 – É quella delle gare di corsa, la preferita di Figlio-due. Sfortunatamente per cavaleria corre prima il gruppo delle bambine e poi quello dei maschietti che devono sedere e aspettare il loro turno. Per Figlio-due quella dell’attesa e` un’attivita` insostenibile, una pratica rasente la tortura. Lancia tremiti di una sofferenza indicibile fino al momento in cui potra` finalmente dare sfogo al suo talento atletico. Quando i nani tagliano il traguardo lanciandosi in braccio a mamma sono la quintessenza della felicita`. Le mamme invece sono da ricovero.

martedì 15 aprile 2008

Due metá fanno un intero

- Figlio-uno, che cos'hai in bocca?
- Mezzo bottone.
- Mezzo bottone?
- Sí, guarda, e` giallo. L'ho staccato dalla maglietta.
- La maglietta della scuola?
- Sí, sí, guarda! L'altra metá e` ancora attaccata.
Osservo mezzo bottone che penzola dalla polo della scuola.
- Ma cosa ti e` venuto in mente?
- É perché A. si e' staccata metá del suo bottone. Cosí ora lei ce ne ha mezzo bianco e io mezzo giallo.
I rituali amorosi dei seienni sono un territorio a noi adulti del tutto incomprensibile.
Meglio soprassedere.

One nation under CCTV


Oggi marito angolvegetarianastemio, come ogni mattina, ha parcheggiato la moto in Newman Street (a Londra) e alzando lo sguardo ha escamato "Wow! Banksy has been busy!"
Ha scattato subito le foto.
Non capita tutti i giorni di trovarsi davanti ad un'opera fresca fresca del piu' trasgressivo e graffiante degli artisti contemporanei.

La polemica e' rivolta al fatto che con oltre quattro milioni di CCTV (telecamere a circuito chiuso), il Regno Unito sorveglia costantemente i cittadini. L'occhio del Grande Fratello.

Ecco le immagini dell'opera. Probabilmente non stara' su a lungo. Le autorita' la faranno presto sparire.


lunedì 14 aprile 2008

Regolatevi

- Ok, bambini. Oggi si e' rotto il computer. Mamma ha passato la mattinata alla ricerca di un tecnico e non ha fatto nulla di quello che doveva fare. Inoltre per farlo riparare ci vorra' mezzo stipendio. Quindi sappiate che mamma e' piuttosto nervosa, con livelli di tolleranza minimi. Regolatevi.
- Ok, mamma.
- Ok.
- Mamma?
- Si'?
- Possiamo giocare al water tray?
- Quale? Quel gioco che consiste nel riempire il lavandino d'acqua, infilarci dentro tutti i giocattoli, cospargervi i capelli di sapone liquido, tiravi la spugna addosso e allagare il bagno?
- Si', si', mamma, proprio quello!!!
- NO!!!

Mai procrastinare

Ieri notte scrivo un bel post su word. Ok, ora copio e incollo e posto. Ma no, e' l'una del mattino, posto domani.
Domani, cioe' oggi, il computer e' morto, defunto, caput.
Naturalmente non avevo fatto il back up sullo stick. Regolare.
Ora il mio post giace al fondo di una scatola metallica che non da' segni di vita. Il laptop non ha la tastiera italiana e devo acconterntarmi di apostrofi al posto di accenti. Smarrimento, sconforto. Sono una creatura tecnologica. Toglietemi il computer e mi sento perduta. Attendo il dottore dei computer.
PC man salvami tu! La lezione giuro che l'ho imparata. Mai procrastinare!

domenica 13 aprile 2008

Vita spericolata

Notte, dormo soporitamente. All’improvviso mi sveglia la voce rotta dal pianto di Figlio-uno che sta parlando al padre. Mentre cerco di capire, nel’ordine: chi sono, come mi chiamo, chi è che parla, che è successo e che ore sono, colgo tra i singhiozzi la frase:
- Fratellino è uscito dal lettino, ha aperto la finestra in alto piccola, si è arrampicato ed è cascato di sotto.
Mi rizzo di colpo e lancio un grido di orrore. Poi fisso il vuoto pietrificata.
Marito anglovegetarianastemio mi scuote rassicurante.
- Guarda che non è mica successo niente. Figlio-uno ha solo avuto un brutto sogno.
La vita spericolata di Figlio-due sta mettendo a dura prova l’equilibrio psichico di ciascun membro della famiglia.

venerdì 11 aprile 2008

Se fosse stato mio figlio

Con un gruppetto di mamme ci vediamo la sera una volta al mese. Si va al pub, si chiacchiera. A volte andiamo a cena fuori.
Ieri si discorreva della recente esclusione (espulsione?) di E. un bambino autistico della classe di Figlio-uno, responsabile di aver, in numerose occasioni, attaccato altri bambini.
Io e J., un’altra mamma, abbiamo finito per ringhiarci e abbaiarci contro per quasi un’ora da una parte all’altra del tavolo, avendo punti di vista sonoramente discordanti.
Sebbene entrambe concordassimo che l’esclusione fosse necessaria, dato il ripetersi e la gravità degli attacchi, J. era infuriata con il preside per avere aspettato sei mesi e sette incidenti per arrivare a questa decisione (lei lo avrebbe buttato fuori subito). Io invece difendevo il preside, ammirando il fatto di essersi fatto onere di tentare di tutto prima di prendere una decisione tanto dolorosa e difficile come quella di escludere un bambino da una scuola elementare (arrivando in talune occasioni perfino a supervisionarlo di persona).
Devo precisare che la scuola non riceveva fondi extra per prendersi cura di questo bambino che non poteva essere gestito come gli altri. Nonostante ciò E. aveva un’insegnante di sostegno interamente dedicata a lui, e in classe, inserito in un ambiente e routine, era non solo gestibile, ma faceva grandi progressi. Durante le ore di lezione non si erano mai verificati incidenti. Il problema era l’ora del pranzo. La sua insegnante di sostegno era in pausa e quindi, non avendo al scuola i fondi o la possibilità di incaricare una persona alla supervisione esclusiva di un solo bambino durante gli intervalli, E. finiva nel cortile con altri duecento trenta bambini, tutti intenti (come sono soliti i bambini dai cinque agli undici anni) a giocare, a rincorrersi, a strillare. Bisognoso di routine, calma e ordine faceva corto circuito e diventava estremamente aggressivo. Mesi di richieste di supporto dalle autorità competenti andate a vuoto: mail mai risposte, messaggi su segreterie (ecco qui, anche l’organizzatissima Gran Bretagna ha i suoi nei). Il preside è stato lasciato solo: da un lato con il desiderio umano di dare ad un bambino una possibilità fuori dall’emarginazione delle scuole speciali; dall’altro la responsabilità dell’incolumità degli altri bambini.
Per un periodo tentò di ridurre l’orario di E. e farlo stare a scuola solo la mattina. Il piano funzionò. Non ci furono attacchi per tre mesi. Poi non so che è successo, se è la madre che ha insistito perché E. tornasse a tempo pieno o se si è voluto fare un tentativo, oppure ancora se la legge imponeva che il bambino frequentasse a tempo pieno, francamente non so. So solo che appena E. è tornato a fare il tempo pieno ha attaccato (a unghiate) tre bambini in due giorni. A quel punto il preside ha dovuto accettare la sconfitta ed escludere E.
E’ una storia triste, come tutte le storie costellate di vittime. Una storia in cui hanno perso tutti: vittime i bambini attaccati in modo insolitamente violento in un ambiente che dovrebbe essere "sicuro"; vittima E. che è come è e non è colpa sua, ha bisogno di aiuto; vittima la mamma di E. che deve convivere con situazioni più grandi di lei; vittima il preside che ha dato priorità all’aspetto umano e non ha scelto di lavarsene le mani (cosa che gli sarebbe stata più facile fin dall’inizio).
E’ una storia anche di carnefici: carnefice un sistema ipocrita che impone direttive lontane dalla realtà ed è poi assente quando nascono i problemi; carnefice è chi è sempre pronto a puntare il dito e criticare; chi giustizierebbe al primo errore; chi ti dice sempre come argomentazione assoluta: "se fosse stato mio figlio".
Ecco, io credo che forse la differenza è tutta qua: tra chi dice "se fosse stato mio figlio" pensando al bambino graffiato e chi dice "se fosse stato mio figlio" pensando ad E.

mercoledì 9 aprile 2008

AAA cugino cerca Oscar


Quello senza occhiali e col pizzetto è mio cugino, e l’Oscar che sorregge non è il suo, lo ha vinto la persona accanto, il suo collega e amico Bill Westenhofer, per gli effetti speciali nel film The Golden Compass - La bussola d’oro.
Ora, il mio talentuoso cugino vorrebbe vincerne uno anche lui e voi potete aiutarlo. Come?
Aspettate che ve lo spiego.
Prima però facciamo un passo indietro…


Introducing Angelo

- Ciao! Sono tuo cugino!!!
E’ il 1996, sono a Queensway nel negozio di dischi in cui lavoro, impegnata con una pila di CD alta fino al soffitto. L'individuo che avanza a braccia spalancate verso di me ha un po’ più di vent’anni, una cartella in una mano con cui sbatacchia contro tutti gli scaffali, un lungo cappotto, una capigliatura alla Michael Stipe primissima maniera che gli arriva alle spalle e due occhi azzurrissimi da pazzo furioso.
Poso la pila e contemplo l’ipotesi di mettere mano al pulsante che mi collega direttamente con la centrale di polizia (gadget essenziale in quella zona di Londra). Non faccio in tempo però, perché il fantomatico cugino è già lì che sbraccia e mi abbraccia, che mi solleva e mi festeggia.
- Cugina! Cugina mia!
Lo guardo tramortita. Sensibilmente sconvolta.
- Sono Angelo! Tuo cugino Angelo! Angelo Libutti!
Il nome rings the bell, ma è una campana lontana.
Ora, bisogna chiarire una cosa. La mia famiglia ha origini meridionalissime, con diramazioni per i cinque continenti. Mio nonno aveva nove fratelli e sette figli. L’eventualità di trovarmi davanti un cugino perfettamente sconosciuto non è poi così remota.
Seguono quindici minuti di nomi sparati a raffica, ricapitolazioni, tracciati genealogici (tipo: suo nonno e suo fratello si chiamano come mio padre, e suo padre e mio fratello si chiamano come mio nonno). Dopodiché, appurato che abbiamo un bisnonno in comune, essendo i nostri nonni fratelli, e che conosco suo padre, cugino del mio, uniti da una manciata di nomi ripetuti e alternati per sette generazioni, mi tranquillizzo. E’ mio cugino di secondo grado. Sarà anche pazzo, ma è family.
- Bene, che ci fai a Londra, cugino?
- Devo imparare l’inglese. Voglio andare a studiare in America e diventare disegnatore alla Disney.
- Ok cugino, – faccio io – allora avevo capito bene. Sei completamente pazzo.
In una famiglia di origini meridionalissime, una cosa che un figlio non può permettersi di fare (senza scatenare terremoti, cataclismi e colpi apoplettici) è quella di rifiutarsi di diventare medico, avvocato o (se è proprio uno trasgressivo) optare per Economia e Commercio. Qualunque tendenza vagamente artistica è valutata alla stregua di una malattia venerea.
Più tardi a casa mi fa vedere il suo portfolio. Ecco qua, penso guardando quel pozzo delle meraviglie, talento allo stato puro. Sto insieme ad un cugino che fino ad un’ora fa non sapevo manco che esistesse e per di più è pure un genio. E ora?
- Cugino – gli dico mano sulla spalla – rabbercia ‘st’inglese Auanagana che ti ritrovi e parti, emigra, vai. Vattene il più lontano possibile dall’Italia. Parola di cugina.
E Angelo è partito. Direzione California, sterzando poi verso il Canada a studiare animazione allo Sheridan College. In Canada, la presenza della vecchia zia Clo-Clo, giornalista in pensione della CBC, aiutava se non a pacare le ire funeste, almeno a rassicurare gli animi. Sta con familiy… a vabbé allora…
E poi, la solita storia dei genialoidi (di quelli che ti fanno schiumare di una schifosissima invidia). Prende il TOEFL in un nanosecondo, si laurea a velocità supersonica e dopo, non ha ancora fatto un passo fuori dall’università che viene assunto alla Dreamworks.
Una storia così bella che sembra una favola. Ma nelle favole si sa ci sta sempre almeno una strega cattiva e la strega cattiva di mio cugino si chiama Immigrazione. E così il bel principe Angelo fu stregato da una Green card avvelenata. Eccolo lì, con tanto di contratto d’assunzione, a un passo da Shrek, intrappolato dalla sua cittadinanza. Dreamworks era lì e lui bloccato in Canada. Da quel momento in poi la sua epopea con i visti ha raggiunto livelli parossistici. Nonostante ciò, un po’ dal Canada e un po’ a Los Angeles (con costosissimi visti praticamente a cronometro) ha lavorato a moltissimi film. Li trovate qui: http://angelolibutti.com/portfolio.html.
Recentemente ha lavorato al film Alvin & the Chipmunks per la compagnia Rhythm & Hues che ha vinto quest'anno L'Oscar per The Golden Compass – La bussola d’oro.
Purtroppo ogni volta che finisce un progetto, gli scade il visto e deve ritornare in Canada e per ogni nuovo progetto rifare domanda per un nuovo visto. Non sono le offerte di lavoro che gli mancano, ma la possibilità di risiedere e lavorare permanentemente negli Stati Uniti.
Mi scrive:
Cara cugina,
Come saprai gia', sono piu di 10 anni che sto lavorando qui in Canada e America.
E l'unica maniera per poter essere trattati non come ergastolani ma come persone umane, è di ottenere un visto chiamato O-Visa, che e` rilasciato per riconoscimenti speciali. Nel campo artistico l'unica maniera di quantificarli e' di avere molti articoli su giornali o interviste su di te ( me).
Bene, Angelo ha già una bella collezione di articoli scritti su di lui sia in America che in Italia, gliene manca uno solo per poter finalmente ottenere il visto. Quindi, se qualcuna o qualcuno di voi è giornalista o ha amici, parenti, cugini! a cui potrebbe interessare scrivere su di lui si faccia avanti! Potreste aiutare un talento italico a fare un mazzo così agli americani, e non è cosa da poco.
Poi a farvi invitare alla cerimonia degli Oscar ci penso io :-)

lunedì 7 aprile 2008

Bingo!

Tutto comincia quando un collega d’ufficio ti mette in mano un foglio pieno di nomi. Te lo mette in mano dicendoti che si lancerà col paracadute. Eh? Non capisci. Ok, fai. E allora? Lui ti guarda come a dire: ma ci fai o ci sei? Ma come! E’ uno sponsorised parachuting!!! Uno sponsoche? Ti spiegano. Lui si lancia col paracadute e tu lo paghi perché lui si lanci col paracadute. What? Ma no, non a lui, lui poi i soldi li devolve in beneficenza. Ah! E’ per beneficenza! Ok. Lapalissiano. Ma… - domandi perplessa - non faceva prima a chiedere i soldi per la degna causa invece che lanciarsi col paracadute? Ti guardano inorriditi: Yeah, but where is the fun?
Ecco ora che il mondo dello sponsorised fai qualunque cosa ti salta in mente ti appare in tutto il suo splendore e ti divorerà fino al midollo come un barracuda. Ci saranno colleghi che chiederanno un Pound per ogni salto alla fune, chi scalerà una montagna per cinquanta pence a metro, quelli che si lanceranno col deltaplano oppure da una gru appesi per i piedi (per questo bisogna dare almeno dieci Pounds o ci fai la figura della pezzente), aracnofobi a venti pence per ogni ragno che si metteranno addosso, fino ad una cifra forfettaria per chi camminerà sui carboni ardenti. Si chiama fundraising e tu non capisci se è una missione etica o il circo Orfei.
Fin tanto che non avrai figli comunque riuscirai a mantenere un certo decoro e una debita distanza dal mirabolante e grottesco mondo del Charity. Conviverai pacificamente con la luicida razionale irrazionalità di questo popolo osservandola da lontano, come fosse uno spettacolo pirotecnico. Ecco, lo guardi. Un mondo alieno e incomprensibile.
Poi diventi mamma e tuo figlio va all’asilo e un bel giorno parteciperà ad uno sponsorised brick building per la raccolta fondi per la scuola: venti pence per ogni mattoncino Lego che mette l’uno sopra l’altro. Oh yes, dovrai farti pagare per i mattincini che il tuo minibipede mette su. Ti danno questo foglio e allora capisci che sei fregata. Dovrai chiedere a parenti, amici, conoscenti di sponsorizzare l’innalzamento di una torretta di Lego. Te ovviamente ti vergogni come una ladra, ma non potendo far fare una figuraccia al tuo bambino compili la lista con una decina di nomi inventati e preghi che tuo figlio non intenda entrare nel Guinnes dei primati con una torre alta quindici metri fatta di seimilacinquecento mattoncini.
E’ solo l’inizio. In breve verrai coinvolta in una girandola di ricorrenze annuali dei vari Charity ufficiali nazionali o locali: Red nose day, per il Comic Relief:
si va tutti in giro con un naso rosso da clown e si devolvono soldi per il privilegio; Poppy day per il Remebrance day: si acquista e si indossa una spilletta con un papavero per le vittime di guerra; Dressing down day: i bambini possono andare a scuola senza divisa scolastica e donano un Pound per il piacere: Run a mile day: i bambini fanno tre volte il giro del parco della scuola e donano un Pound per l’esercizio.
Negli anni, un po’ per la confusione, un po’ per l’abitudine ma il tuo scetticismo si ammorbidisce. Il virus ti contamina. Intravedi dietro quella che ritieni un’interessante patologia collettiva uno spirito comunitario e una solidarietà che non puoi fare a meno di ammirare.
Ecco là che ormai ci sei dentro fino al collo. E in men che non si dica sei un’asse portante del FOPPS, Friends of Pinco Pallino School (il comitato dei genitori fundraisers). Passi da un meeting all’altro, cucini muffins e biscottini, dipingi bottiglie, collezioni tappi e buoni del supermercato, produci calendari; pianifichi feste, fiere, mercatini, barbeques, quiz nights e talent shows.
Poi è inevitabile. Lo shock è fulmineo. Arriva una sera in cui, in una sala silenziosa, tutta concentrata su un signore che gira una ruota piena di numeri, ti rendi conto che - sissignori - sei te, proprio te, e stai giocando a Bingo!
Ecco, arriva quella sera, e ti prende una sorta di panico esistenziale. Quando il top della tua vita sociale è una tombolata per il comitato scolastico, è segno che nella tua vita qualcosa deve essere andato veramente storto.

sabato 5 aprile 2008

Monkey Philadelphia

Quando andiamo in Italia, Gorilla, l’inseparabile pupazzo di Figlio-uno, non si chiama Gorilla. Il nome, a suo avviso, non era abbastanza "italiano".
- Come si chiama allora Gorilla in Italia? – Gli ho chiesto.
- Monkey Philadelphia.

venerdì 4 aprile 2008

Libertà vo’ cercando…

Giunti alla settimana numero tre delle vacanze scolastiche pasquali, la felice congiunzione astrale belle giornate, esami di coscienza, istinto di sopravvivenza mi hanno indotto ad una drastica risoluzione: dare a Figlio-uno un po’ di ciò che io avevo: libertà.
Mia mamma mi accompagnò a scuola il primo giorno, poi basta. Erano gli anni ’70. Mi salutava dal balcone e mi seguiva con lo sguardo fino a che giravo l’angolo; il pomeriggio se volevo andare a trovare un’amichetta le telefonavo e poi ci andavo. Mia mamma sempre lì che salutava dal balcone. D’estate, al mare, saltavo sulla bicicletta dopo pranzo e mi rifacevo viva a casa a ora di cena.
Erano altri tempi. Tempi dell’ignara (ma libera) incoscienza. Tempi delle biciclette senza casco, delle macchine senza cinture di sicurezza; tempi con poche macchine e ogni adulto fumatore. Tempi in cui di pervertiti in giro ce n’erano quanti oggi, ma non lo si sapeva o non ci si pensava. Tempi in cui eravamo tutto un ginocchio sbucciato, un fare cose proibite, cose pericolose. Giravamo nei cantieri abbandonati, portavamo il latte ai cani randagi, ci arrampicavamo quattro metri lassù sugli scogli del molo. Tempi in cui, già a sei anni, potevamo scoprire e conoscere il mondo anche da soli, senza mamma e papà a mezzo metro, o tra le mura di una scuola, o sotto lo sguardo di una babysitter.
Sfido che i bambini di oggi sono schizzati. Rinchiusi tra le mura domestiche, costantemente guidati, sorvegliati, imprigionati; teletrasportati da un luogo all’altro, da un attività all’altra.
Il problema è che i figli se non li lasci un po’ fare, devi stargli sempre appresso, ergo mamme esaurite.
E allora la buona Rape si chiede e si domanda: questo sarà anche un mondo peggiore, ma non saremo anche noi un po’ troppo apprensive? Un po’ paranoiche? A furia di cercare di tenerli al sicuro questi bambini gli abbiamo messo un guinzaglio, e loro si divincolano e si dimenano. Nel nostro piccolo, eccoci un po’ Bush a rosicchiare libertà civili in nome della sicurezza.
Ecco.
Un tumulto allo stomaco.
Mai darsi dei Bush da soli, fa malissimo al nostro ego.
Per cui, preso il coraggio a piene mani, aiutata da una situazione felice, quale quella di vivere in un cul de sac dove passano pochissime macchine, praticello comune al centro del gruppo di case e finestra del mio soggiorno che dà ampia visuale, ho detto a Figlio-uno: VAI! (cuore in gola, ansia spasmodica, bioritmi sussultori alla perpetua domanda "son saggia o son pazza?")
Figlio-uno naturalmente non se l’è fatto ripetere. Là fuori la gang è numerosa: due compagne di classe, sei o sette bambini un po’ più grandi della stessa scuola, più altri assortiti.
Sta fuori due minuti poi bussa alla porta.
- Sei già tornato?
- Sono venuto a prendere Gorilla.
- Ok
Prende Gorilla e riesce. Dopo cinque minuti ribussa.
- Che ti sei dimenticato stavolta?
- Prendo la spada e il cappello da vichingo.
- Ok
Prende la spada e il cappello da vichingo e riesce.
Dopo altri cinque minuti ribussa.
- Cosa c’è stavolta?
- Mi servono un foglio di carta e una penna che devo scrivere una cosa.
- Che devi scrivere?
Il cartello che dice che quell’albero è la mia astronave.
Là fuori ci sono le bambine che fanno un picnic, i maschietti che giocano a pallone e altri che vanno in bicletta. Che ci fa Figlio-uno, insieme a Gorilla, vestito da vichingo, ad allestire un’astronave su un albero?
Ma Figlio-uno essendo Figlio-uno, nel giro di pochi minuti ha coinvolto tutti. Nessuno gioca più a pallone, nessuno fa più il picnic, le biciclette abbandonate sul marciapiede. Un’orda di vichinghi assaltano lo spazio.
Figlio-uno bussa di nuovo.
- Ma la fai finita di tornare in continuazione?
- Posso avere un paio di guanti da chirurgo?
Ora non mi resterà che dargli le chiavi di casa, così almeno ogni tanto riesco anche a cucinare.

giovedì 3 aprile 2008

Giovani Newton ed esaurimento quotidiano

Fin dalla gravidanza leggi un gran numero di manuali di puericultura. Sai già, fin dal primo vagito, che il bambino porta nel suo DNA una curiosità innata verso il mondo: scopre per imparare. Sai anche che quando cominceranno gattonare la casa non sarà più la stessa: compariranno cancelli e barricate, scompariranno soprammobili e cornici; le piante verranno elevate ad altezze improbabili (dove moriranno nel giro di poche settimane perché stando lassù non ti ricorderai più d’innaffiarle). Le prese elettriche saranno coperte, i mobili di cucina avranno dei ganci, gli spigoli delle coperture; il vaso cinese finirà in soffitta.
OK.
Poi, dopo i primi passi, comincia la fase newtoniana e i giovani scienziati si trasformano in fonti inesauribili di ansia e nevrosi, intenzionati come sono a sperimentare, valutare e calcolare ogni dinamica di causa-effetto.
I manuali di puericultura ti hanno anche preparata ad accettare il fatto che i bambini imparano attraverso la ripetizione, quindi le prime tre o quattrocento volte che tuo figlio aprirà e chiuderà ossessivamente la porta o accenderà e spegnerà ripetutamente la luce manterrai un certo tipo di controllo e una vena di ottimismo…
Quello che però i manuali di puericultura non ti dicono è che talvolta in bambini perfettamente normali, ma particolarmente vitali, questa fase va ben oltre il terzo anni di vita.
Figlio-uno, per esempio, sei anni suonati, non apre e chiude ossessivamente la porta per una qualche patologia. No, lui apre e chiude la porta trenta-quaranta volte di seguito perché sta giocando alla scuola e impersona la maestra che fa entrare ad uno ad uno tutti i bambini; accende e spegne la luce quindici volte perché sta giocando alla discoteca e fa le luci intermittenti; accende e spegne la torcia sulla sua lavagnetta una cinquantina di volte di seguito perché fa le diapositive; apre e chiude la porta di casa perché sta giocando ad avere invitati a cena.
Se poi di figli ne hai due, di cui uno grande dotato di grande fantasia (entro la quale riesce ad infilarci sempre operazioni di apri-chiudi, accendi-spegni), e un altro di due anni, nel pieno della sua naturale fase newtoniana, le lunghe giornate degli half terms vanno avanti così:
- Figlio-uno, smettila di accendere e spegnere la luce.
- Figlio-due, non accendere e spegnere la televisione.
- Figlio-uno, non sbattere la porta.
- Figlio-due, non toccare l’interruttore della presa elettrica.
- Figlio-uno, smettila di mandare avanti e indietro la porta scorrevole.
- Figlio-due, caro, se fai così nella porta a soffietto ti puoi schiacciare le dita.
- Figlio-uno, ti ho detto di lasciare stare quella luce.
- Figlio-due, non ti appendere alla maniglia della porta.
- Figlio-uno, la porta lasciala aperta.
- Figlio-due, scendi da quel mobile e lascia stare la luce.
- Figlio-uno, attento che schiacci le dita a tuo fratello.
- Figlio-due, attento che schiacci le dita a tuo fratello.
- Figlio-uno, quella porta a soffietto finirai per romperla.
Inutile tentare di coinvolgerli in qualche attività. Troveranno sempre il modo d’infilarci dentro porte o interruttori.

mercoledì 2 aprile 2008

Bersaglio selvaggio

Essere mamme di un killer duenne presenta i suoi inconvenienti. Si risulta, per esempio, molto impopolari con le altre mamme.
Il grado di impopolarità è strettamente legato alla vittima prescelta. Se si tratta di un terzogenito a cui Figlio-due ha tirato forsennatamente i capelli, di solito la mamma consola l’infante e ti dice rassicurante: "Non ti preoccupare, ci sono passata. Il mio primo dava unghiate come un felino, mentre la seconda è appena uscita dalla fase morsi." Te allora redarguisci Figlio-due, gli fai chiedere scusa e gli chiedi di non farlo più.
Anche con i secondogeniti spesso si riesce a farla franca. La mamma, tira su la bimba che Figlio-due ha scaraventato per terra e ti dice: "Fa niente, anche il mio primo faceva così." Te allora redarguisci Figlio-due, gli fai chiedere scusa e gli dici che se non la smette di azzannare ogni bimbo piangente o strillante o semplicemente esistente, mamma sarà costretta a riportarlo a casa.
In realtà, Figlio-due non è un bambino aggressivo. Al nido che frequenta un giorno a settimana vive in perfetta armonia con gli altri bipedi sotto il metro. Anche al parco è innocuo come un agnellino. Ma nei Children Centres e i Mothers & Toddlers, chiuso in una stanza piena di giochi, una ventina di altri mini-bipedi e mamme che prendono il thè, va letteralmente in tilt.
Increscioso il caso di secondogeniti con paciose sorelle maggiori. Dopo la spinta di Figlio-due, la mamma infatti raccoglie il proprio secondogenito urlante senza degnarti di uno sguardo, prende per mano la paciosa sorella che non si allontana mai più di mezzo metro da lei e si sposta tre metri più in là nella sala come dire: "Certa gente meglio non frequentarla."
Ma il vero dramma si consuma nel caso di primogeniti intorno ai dodici mesi. Totalmente ignare di ciò che le aspetta, le mamme al test primo figlio hanno come unico metro di paragone il loro esserino innocuo e sorridente. In un qualche libro hanno letto della metamorfosi che di lì a poco trasformerà quell’angioletto in un indemoniato, ma non ci credono. Sono le altre mamme che sono delle incapaci. Se poi le mamme al test primo figlio hanno il quattro ruote motrici parcheggiato fuori e sono vestite che sembra debbano andare ad una prima dell’opera, mentre te indossi una vecchia felpa macchiata da residui di pittura, estensione dell’opera creativa di Figlio-due che non sempre centra il foglio, un paio di jeans slavati e hai un’acconciatura di quelle che non vedono un parrucchiere da almeno un lustro, bè, allora l’affronto diventa personale, totale e irreparabile. La reazione devastante. Tuo figlio verrà descritto con un arco di aggettivi tali da fare pensare che si stia parlando di Totò Reina.
A quel punto, raggiunto il settimo grado della scala Richter dell’impopolarità, non ti resta che alzare i tacchi e portare il tuo serial-killer in erba a casa.

martedì 1 aprile 2008

Filosofia della lacrima

Questa mattina discorrevo con Figlio-uno dell’idiosincrasia di Figlio-due verso le lacrime altrui. Infatti, ogni volta che vede un bambino piangere si oscura in volto e passa brevemente dallo sconcerto al turbamento, infine il turbamento si trasforma in una rabbia smisurata che lo induce ad aggredire il piangente con pugni, spinte, talvolta sberle o tirate di capelli.
- Secondo me - mi dice Figlio-uno – è perché pensa che le lacrime quando scendono fanno male alla terra.