domenica 30 marzo 2008

Dulcis in fundo (la party bag)

- Mamma, vorrei fare una festicciola per il mio compleanno.
- Va bene Rape’, allora invita un po’ di amichette che ti compro la torta.
Avevamo almeno sette anni. Chiedevamo a una manciata di amichette di venire a casa nostra. Qualche pasticcino, una caccia al tesoro che avevamo organizzato da sole, una torta con le candeline. Basta. Ergo, nella Stone Age dei kids parties, eravamo trogloditi con mamme fancazziste.
Infatti oggi, in piena cyber-era del settore, le feste le organizzano le mamme: quelle ipervitaminizzate, quelle factotum, deus ex-machina delle vite dei figli. Si comincia dall’asilo, trenta bambini in una classe. Le mamme bioniche sono le ventinove che vi separano dal resto dell’umanità. Voi infatti, fin dai primi giorni davanti alla scuola, sentite un certo disagio che vi coglie giù nel profondo dello stomaco e si trasforma in ansia; quel vago senso d’alienazione rispetto alle nuove incomprensibili tendenze del genere umano.
Il terrore comincia la prima settimana di asilo, quando una mamma (che non conosci) di un bambino che tuo figlio non conosce, ti mette in mano una busta con su scritto il nome di tuo figlio. Da questo ne deduci che la mamma in questione si è presa la briga, dopo manco un giorno di scuola, di farsi dare dalla maestra la lista di tutti i bambini della classe e ha poi compilato gli inviti uno per uno. Tu allora pensi subito che questa mamma sia un caso disperato, ma sei sulla brutta strada.
La prima volta infatti resti colpita, quasi commossa. Coinvolgi tuo figlio: "Uh guarda, non hai neanche cominciato che già t’invitano ad una festa, che bello!" La settimana successiva, alla seconda busta resti invece perplessa. Dalla terza settimana in poi infine cominci a declinare "uh sorry, domenica abbiamo dei commitments." "Uh sorry, mercoledì c’è un altro party." "Uh sorry, quella settimana siamo in Italia…" Da quel momento l’anno scolastico proseguirà in un susseguirsi di sotterfugi e piani strategici: ti recherai a scuola col passamontagna; porterai tuo figlio tardi quando le altre mamme se ne saranno andate; fingerai raffreddori, morbilli e varicelle. Purtroppo gli inviti ai parties sono come gli zombie: a volte ritornano. Nulla puoi contro le mamme bioniche. I party invitésciòn ti raggiungeranno da una tasca della giacca (dove te li infilano quando sei distratta), da dentro il cestino del pranzo del bambino; da sotto la porta di casa, per posta. Le mamme bioniche ti rincorreranno per la strada, t’incontreranno al mercato, fingeranno di frequentare lo stesso parrucchiere. Non c’è scampo. Almeno diciotto di quei ventinove parties non li riuscirai ad evitare. Improvvisamente, quella che consideravi una vita già piena d’impegni la ricorderai come una vita vuota. Mattinate dedicate alla ricerca dei regali, la carta per incartarli, i biglietti d’auguri specifici per sesso, età e gusti del bambino. E poiché i bambini inglesi non hanno il carnevale, che fanno? Si mascherano tutto l’anno. Feste rigorosamente a tema: Jungle Disco, Pirates and Fairies, Book characters, Zoo Party, Star Wars, Doctor Who, Dinosaurs. Gli armadi si riempiono di travestimenti d’ogni tipo. C’è da impazzire.
Il mondo dei kids parties poi non conosce barriere socio-economiche. La mamma bionica può avere un reddito stellare o vivere nel locale Council Estate con sussidio di disoccupazione e assegni familiari. Per le feste dei bambini non si guarda a spese: si affittano locali, impianti quadrifonici, scenografie, disc jokey, giocolieri, clown, saltimbanco, pattinatori, mangiatori di fuoco, burattinai. Milioni di palloncini in un’orgia multisensoriale. Cibo a zero valore nutritivo ed esponenzialmente nocivo che trasforma i bambini in Pacman impazziti, facendoli schizzare da un lato all’altro della sala senza controllo, bombardati dalla cacofonia delle loro stesse grida, musica, colori e zuccheri.
Ventinove regali vengono ammonticchiati in un lato della sala e tu ti chiedi dove mai la metteranno poi tutta quella roba: la buttano? Sapranno mai chi gliel’ha data? Ma una settimana esatta dopo la festa l’assurdo ti coglierà alla sprovvista: riceverai infatti una seconda busta che conterrà un biglietto di ringraziamento con allegata una foto del bambino con in mano il giocattolo che gli hai comprato. A quel punto cadi in trance. "Mamma, cos’hai?" "Niente, niente, caro, tutto bene." Le cyber mamme infatti portano a casa tutti i regali, prendono nota di ciascun regalo e chi glielo ha dato, poi piazzano il bambino in un angolo e gli mettono in mano un giocattolo alla volta, Cheese! scattano la foto e ripetono l’operazione ventinove volte. Poi stampano le foto ad una ad una, scrivono i biglietti di ringraziamento individuali del tipo: Thank you very much for the splendido salvadanaio rosa a forma di maialino che mi hai regalato, l’ho messo sul terzo scaffale della mia libreria così lo guardo tutti i giorni. Love… Ormai hai una crisi esistenziale, perché con tutto il bene che vuoi ai tuoi figli, tu piuttosto che fare una cosa del genere ti faresti amputare entrambe le braccia.
Ma il vero fiore all’occhiello dei kids parties sono le famigerate party bags. Vengono date alla fine della festa in ringraziamento agli invitati. All’interno contengono solitamente una matita e una gomma da cancellare (che il bambino raramente usa perché ha solo tre anni), delle parole crociate (a chi le diamo? Alla nonna?), un palloncino (che fai sparire subito perché pericoloso), oggettini di plastica stile sorpresa dell’uovo kinder che per mesi finirai per ritrovare sotto ogni letto e armadio. Infine, dulcis in fundo, la torta. Ecco, per qualche illogico recondito motivo che nessuno è ancora riuscito a spiegarmi, i britannici hanno un’abitudine la cui irrazionalità potrebbe essere soggetto di studi approfonditi. Dopo che il bambino ha spento le candeline non fanno come detta il buon senso e la logica del resto del pianeta, vedi tagliare la torta e darla ai bambini. No. Loro no. Ai bambini la torta gliela fanno solo vedere. Poi avvolgono ogni fetta in un tovagliolino e la infilano nella party bag che ti consegnano all’uscita. Come a dire: adesso toglietevi dai piedi e se proprio la volete ‘sta torta mangiatevela a casa vostra.
Naturalmente nel tragitto verso casa la torta si dissolverà all’interno della busta facendo un’unica poltiglia con il resto del contenuto. Una volta a casa, finirà in frigorifero dal quale tre giorni dopo transiterà direttamente nella pattumiera.

sabato 29 marzo 2008

Argomenti convincenti

- Figlio-uno non mettere in bocca l’acqua della vasca da bagno, dentro c’è il sapone.
Figlio-uno m’ignora e continua a mettere acqua in bocca e sputarla verso il fratello.
- Figlio-uno non mettere in bocca l’acqua della vasca da bagno, Fratellino ci ha di sicuro fatto dentro la pipì.
Figlio-uno ubbidisce prontamente.

venerdì 28 marzo 2008

La saga dei Patel

Da sempre i dentisti suscitano inquietanti sensazioni, sconcertanti visioni in cui riaffiorano alla memoria torture da lager nazisti, trapani roteanti che si avvicinano preoccupantemente a qualcosa di saldamente ancorato e discreto che, sotto i nostri occhi spalancati contro un'alogena, non siamo più poi così tanto sicuri abbia veramente bisogno di cure.
Varcare la porta d'un dentista è aggrapparsi a Caronte e pregarlo di non attraversare lo Stige e, previa magari bustarella, che ti riportasse indietro nel paradiso della dentatura perfetta, dello smalto inattaccabile, del fluoro inesauribile. Invece eserciti di tartaro hanno già varcato la frontiera, corroso i confini, eretto ad imperatrice la carie e fatto capannelli sulle gengive.
Fin dalla nascita, quello della dentatura è un supplizio che ci arriva in dotazione ma senza garanzia. Prima siamo sdentati, poi spuntano i denti da latte e poi cascano giù, arrivano i rinforzi, all'arrembaggio, privi di coordinazione: chi a destra, chi a sinistra, chi di sbieco chi a mezz'asta. Te li ingabbiano, spingono, tirano, spostano, strizzano, pungono, trapano, incapsulano, cavano, rimpiazzano, ribucano, rimontano, finché non te n'è rimasto manco uno. Poi tanto crepi - fine dell'odissea.
A Londra i dentisti sono tutti indiani e si chiamano tutti Patel. Il primo Patel, detto "il macellaio" fece scempio della dentatura di noi poveri emigranti di fine millennio. La seconda Patel, Kharisma, mi toccò qualche anno dopo, causa frantumazione d'un molare. Dopo raggi X ed un attenta analisi della situazione, mi assicurò, incurante delle proteste, che il dente era assolutamente a posto. Tre settimane e due scatole di antibiotici dopo nel togliermelo, e contando i centoventicinque frammenti sul piattino, ammise di aver fatto un errore di diagnosi. Dopo il suo trasferimento ad un nuovo studio poi, finalmente arrivarono altri due Patel: Dirkam e Hema. Io sciaguratamente fui affibbiata al primo.
Dirkam Patel, nella vita avrebbe dovuto fare qualsiasi cosa ma non il dentista. Con due occhialoni spessi come cocci di bottiglia, si affaccia sulle tue fauci con quest'aria incerta e sonnacchiosa, e non importa quale sia l'entità del danno, le dimensioni della carie o il tuo stato d'animo nel momento in cui ti sottoponi alla visita come davanti ad un plotone d'esecuzione, non importa. Qualunque cosa ti trovi in bocca, già sai che preparerà il siringone, e con aria da 'ndo cojo cojo te lo infilzerà come una mannaia dentro una gengiva che te già sai comunque essere quella sbagliata. Dopo averti detto: "cinque minuti", aver gironzolato per lo studio, ignaro di te che gesticolando cerchi di fargli capire che ti ha anestetizzato il dente sbagliato, ritorna all'attacco. ZZZzzzZZZzzz il trapano s'avvicina pericolosamente al dente totalmente sensibile. Due manine annaspano dalla poltroncina come zampette di scarafaggio. Vedi quel trapano come un grosso piede che sta per schiacciarti. AAAAAAAHHHHHHHH!!!!!!! Gridi non appena la punta ruotando a velocità supersonica ti squinterna tre fasci di nervi, trincerando aculei direttamente al cervello.
Dirkam si ferma e ti guarda perplesso.
"E' ancora sensibile?"
"Eh, un pochino," replichi cercando di liberarti di tutte le stelline e passerotti che ti svolazzano intorno.
Dubbioso che gli stia dicendo la verità, convinto della tua ipocondria, mano all'orologio in vista del paziente successivo, il dottor Patel affonda allora un altro siringone, anche questa volta mancando completamente la traiettoria del nervo. A quel punto, l'intero lato facciale è in uno stato di paralisi forse irreversibile, la lingua un pachiderma afflosciato al fondo del palato. Ma naturalmente, in questo deserto sensoriale c'è ancora un'oasi... il fatidico dente. Dirkam Patel riprende mano al trapano e non con un singolo dubbio in mente che ehm... ancora tu possa sentire qualcosa, lo affonda nella carie come un martello pneumatico.
AAAAAAAHHHHHHHHHHHHH!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Gridi, poi ti risvegli mentre ti schiaffeggiano le guance.
"E' mai possibile che faccia ancora male???"
"Ehhhhhhhh.....ehhhhhh... pochino."
Stufo e arcistufo e deciso a sbarazzarti di te al più presto, riafferra il siringone e: buca qua, buca là, ti inietta abbastanza anestetizzante per rifare la dentatura all'intera nazione indiana.
Completamente inebetito, raggiungi la pace dei sensi. Cominci ad ascoltare Gandhi sulle rive del lago, canti Hari Krhisna, diventi Hindù.
Due giorni dopo il trattamento, l'otturazione salta e ci devi tornare.

giovedì 27 marzo 2008

Numerologia perversa

L’anno scolastico britannico è una sofisticata forma di tortura. Causa un numero imprecisato di patologie che possono colpire (a seconda dei casi, della resistenza fisica o del sistema psicoimmunitario) i genitori, i figli, oppure entrambi, quali: iperattività, cardiopatia, schizofrenia, delirius tremens.
Si basa sulla magia del numero tre e dei suoi multipli: un calendario denso di mistero e misticismo ma dalla logica perversa. Prevede tre trimestri di dodici settimane (term), a metà di ciascun trimestre (half-term) le scuole chiudono per una settimana perché i bambini non facciano mai più di sei settimane consecutive di scuola. Poi, al termine di ogni term, tre settimane di sosta a Natale, tre settimane a Pasqua, sei settimane in estate. A questo si aggiungono tre incept days giorni di chiusura che ciascuna scuola sceglie individualmente. Chiunque ha escogitato il sistema era sicuramente un mistico, ma i mistici sono dei folli, degli invasati, degli psicopatici. Meglio non dargli retta.
Chi ha figli sa che i bambini danno il meglio di sé quando inseriti in una collaudata e stabile routine, ma l’anno scolastico britannico, nella sua perfezione numerica, rende impossibile una qualunque forma di stabilità, piuttosto è una corsa agli ostacoli, un salto alla cavallina, uno slalom gigante che impone continui sovvertimenti alle abitudini e trasforma i bambini in schizoidi e i genitori in larve. Così, invece di attendere con gioia le vacanze per poter trascorrere del tempo di qualità con i propri figli, il genitore attende le soste scolastiche con un senso di ansia diffuso: ha incubi notturni, si sveglia la notte gridando. Vive costantemente proteso a studiare forme di sopravvivenza. Ci pensa con mesi d’anticipo. Non ha mai tregua. Perché, in un paese dove piove circa trecentoventi giorni l’anno, quando i bambini hanno le vacanze… COSA FAI???
A questo punto entra in ballo il trabocchetto finanziario, perché da un punto di vista economico il sistema è di una lucidità cinica. Qualunque cosa tu voglia fare (dal volo ai Tropici se te lo puoi permettere o la ludoteca sotto casa se non ci hai mezza Sterlina), sempre secondo la logica perversa del tre e i suoi multipli i costi triplicano, sestuplicano, si elevano al cubo. Il genitore allora pianifica una miscela di attività tra gratuite (stai a casa e scleri, oppure portali al parco sotto casa con l’ombrello e le calosce), e dispendiose (andiamo tutti allo zoo per mezzo mese di stipendio) oppure prenotiamo qualche giorno al centro giochi e attività sportive diurno (usando la carta di credito che a pagarla tanto ci penseremo nell’anno del poi). Infatti l’unico modo per far fare dello sport o delle attività durante gli half-terms è iscriverli a corsi tenuti solo durante le vacanze e pagarli a parte, perché con la chiusura delle scuole si ferma tutto: attività sportive, corsi di recitazione, di danza, di judo, tutto. Si fermano pure gli Scout. Senza pianificazioni e un budget stellare, per il genitore l’half-term è il deserto che conduce alla follia.
Succede poi, quando finalmente riaprono le scuole e i tuoi figli non vedono l’ora di sbarazzarsi di te ché gli è venuto un mazzo tanto o hanno bisogno di tranquillità dopo il turbine di cose che gli hai fatto fare, succede che tu sei lì, due occhiaie che sembri Sylvester Stallone in Rocky IV prima e dopo il match, il conto in banca solcato dalla falla di Sant’Andrea, fremente al momento in cui la maestra aprirà la porta per consegnargli il o i figli, ecco arriva sempre la classica mamma sgargiante che ti fa: "Allora, ti sei riposata? Bèh, ora tocca ci tocca ricominciare con il solito tran tran..."

martedì 25 marzo 2008

Public Relations

- 'sa fai, mamma?
E’ la nuova frase preferita di Figlio-due. Viene a rivolgermela almeno sei o sette volte al giorno, ogni qual volta siamo indipendentemente affaccendati. Me lo chiede con uno di quei sorrisoni solari del tipo scioglimamma. Allora io rispondo spiegandogli quello che sto facendo, cose tipo: "sto pelando le patate", oppure "sto preparando il sugo", oppure ancora "sto mettendo su il bucato".
Allora lui mi guarda estatico, come se gli avessi detto, non so: "sto costruendo un’astronave spaziale a propulsione nucleare così ce ne andiamo insieme ad esplorare l’universo". A quel punto mi abbraccia forte, mi dà un grande bacio e torna alle sue ludiche faccende.
A soli due anni Figlio-due ha già capito tutto delle donne.

lunedì 24 marzo 2008

La cartolina toponomastica

Questa vicenda risale ai tempi di quando ero incinta di Figlio-uno.

La dicitura è netta e chiara:
Prego presentarsi in comune Lunedì tra le 15:30 e le 17:00, ufficio anagrafico, sezione toponomastica per comunicazioni urgenti che la riguardano.
Sguardo obliquo, mia madre rimira la cartolina con una preoccupazione soffusa che le dipinge il volto. La macchinetta del caffè emette un sibilo sommesso.
E' venerdì. Settantadue ore che ci separano dall'urgenza della comunicazione. Settantadue ore in cui vengono scandagliate le ipotesi più infauste quali: arresto immediato per un qualche grave reato che non si sa di aver commesso, contravvenzione per eccesso di velocità malgrado non si guidi più la macchina, espropriazione di una proprietà mai posseduta, smarrimento di documenti di vitale importanza. Vanamente setacciamo tra i cunicoli del sabato e la domenica ogni remota connessione alla ricerca di una qualsivoglia ipotesi di urgenza. Comune - Anagrafe - Toponomastica. Giunti al lunedì mattina mia madre è ridotta uno straccio: "Che vogliono da me?"
Il Comune di Velletri si erge in cima ad una collina. Impantanato nel traffico delle viuzze a divieto di sosta dove le auto sono praticamente cementate tra i sampietrini; barricato tra i lavori in corso, i sensi unici senza senso e i parcheggi senza spazi liberi dalla fine dell'austerity nel 1973. Riponiamo drammaticamente la tessera d'invalidità che dovrebbe tecnicamente aprirci valichi direttamente fino al grande portone e ci incamminiamo invece a piedi per la lunga salita: io al sesto mese di gravidanza, mia madre con una gamba che fa cilecca.
Malgrado le decine di automobili ammonticchiate all'esterno, all'interno del Comune vige un silenzio tombale. Uno sterminio di dipendenti? Da lontano, un chiacchiericcio ci segnala la presenza di un qualche sopravvissuto che ci comunica che l'anagrafe è chiusa. Mia madre è colta da un fremito. "Come chiusa?" Il dubbio di non scoprire mai perché era stata convocata è più forte di ogni eventuale rischio di una qualche tragica comunicazione. Si prevedono notti insonni.
A quel punto sventola la cartolina mostrando l'appuntamento e l'impellenza della convocazione come speranza ultima di una parola almeno di conforto, tipo "Non si preoccupi, non è nulla di grave." L'usciere invece osserva la cartolina con attenzione e ci indica di seguirlo. "Passiamo dal retro." Dal retro? Saliamo e scendiamo scale secondarie, ci incuneiamo in corridoi inediti, attraversiamo uffici privati tra gli sguardi indagatori degli addetti comunali. L'usciere ci guida con passo solenne fino al piano secondo, ufficio anagrafico, sportello tre, sezione toponomastica. Lì, smarrita e confusa, un'impiegata rovista disperatamente tra pile di scartoffie ammonticchiate su una fila di sedie. Ciascuna cartella contiene pagine e pagine fitte di nomi. La questione s'ingarbuglia.
"Signora!" Esordisce l'impiegata grattandosi la testa e trattenendo in bilico due pile sul punto di crollare.
"Ecco, vede?"
Non vediamo.
"Mi dica…"
"No… dico… come è cambiata la sua via?"
"Scusi?"
"Eh?"
"Parla con noi?"
"In che senso, scusi?"
"Nel senso di "come è cambiata"?"
Io e mia madre scambiamo uno sguardo indagatore. Eppure nell'uscire di casa non ci era parso che particolari cataclismi o manomissioni d'improbabile natura avessero operato una qualche sorta di metamorfosi della strada.
"Perché è cambiata?"
"Ma certo che è cambiata!"
"Non mi dica?"
"Da quando?"
"E' sicura?"
"In che senso?"
"L'indirizzo!"
"Quale indirizzo?"
"Il suo!"
"Il mio?"
"Sì, sì, il suo."
"Cos'ha che non va il mio indirizzo?"
"E' cambiato."
"Ma va? E da quando?"
"Mamma, non mi avevi detto che avevi cambiato indirizzo."
"Ma no che non è cambiato."
"Signora, le dico che è cambiato."
"Davvero? e chi l'ha cambiato?"

A questo punto cerco di aggrapparmi ad un qualche appiglio di razionalità.
"Mi scusi, intende dire che il comune ha modificato gli indirizzi?"
L'impiegata tira un respiro di sollievo, pur continuando a combattere con le cataste di fogli con le mani alternativamente libere. Un foglio qui, un foglio lì, un foglio qui un foglio lì.
"Eh eh, sì!"
"Ehm… intende dire che l'ufficio toponomastico del comune ha cambiato gli indirizzi?"
"Sì."
"E questo è?"
"L'ufficio toponomastico."
"Ma allora gli indirizzi li avete cambiati voi?"
"No. Mica li abbiamo cambiati noi."
Mia madre intanto s'è seduta. Le già poche certezze della vita sembrano essersi consumate definitivamente nella consapevolezza del non sapere più neanche il proprio indirizzo di casa.
"E chi li ha cambiati?"
"Una ditta."
"Una ditta?"
"Quale ditta?"
"Non lo so quale ditta, ma è stata una ditta."
"E chi l'ha commissionata questa ditta?"
"Il comune."
"Ufficio toponomastico?"
"Eh ma certo!"
"Cioè voi."
"Sì, sì noi."
"Ma scusi? "
"Sì?"
"Non avete un computer?"
"Certo che ce lo abbiamo."
"E…?"
"Ma la ditta non ce lo aveva."
"Intende dire che "la ditta" non aveva neanche una piantina?"
L'impiegata ormai è sudata e stanca.
"No veramente… no… loro hanno solo cambiato i cartelli con i nomi delle strade."
"Hanno cambiato i cartelli con i nomi delle strade così come gli girava? Senza una piantina?"
"Eh sì, sì." Ripete come se fossi io a non capire la cosa più ovvia e naturale del mondo.
"Senza neanche un quadernino o un block notes per prendere un qualche appuntino tipo "via pinco" diventa "via pallino"?"
"Ma…"
Lei a quel punto è sul punto di svenire. Una pila crolla. Mia madre si sventola con uno degli incartamenti. Arrivano altre cinque persone con la stessa cartolina in mano.
"Scusi? Perché ci avete convocato?"
"E' grave?"
"Abbiamo fatto qualcosa?"
"No, no… dobbiamo solo sapere… come sono cambiate le vostre vie!"
"Sono cambiate?"
"Ma va?"
"E da quando?"
"Davvero?"
"Sta scherzando?"
"No…"
Ci incamminiamo verso l'uscita in punta di piedi cercando di non farci notare.
Nell'uscire osservo con attenzione i catasti che imbottiscono la stanza: migliaia di ignari abitanti di Velletri a cui il Comune ha modificato l'indirizzo, convocati d'urgenza (di persona) a riferire (in Comune) il loro nuovo indirizzo (di cui non sono a conoscenza) al Comune stesso che lo ha cambiato…
Mi sembra di galleggiare dentro ad una bolla di sapone.

domenica 23 marzo 2008

Pragmatica pasquale

- Mamma, dov’è Gesù?
O mamma mia, e ora che gli rispondo?
Penso ad una risposta di tipo spirituale, tipo Gesù è qui tra noi, poi mi ricordo che siamo atei, allora penso ad una risposta più politically correct: Gesù è morto sulla croce duemila anni fa e secondo la dottrina cristiana è risorto nel giorno di Pasqua…"
- In che senso, dov’è Gesù? – Faccio come risvegliandomi dal personale delirio di ipotetiche risposte.
- No, è che vedi, mamma… - dice Figlio-uno indicandomi un hot cross bun, le tradizionali torte pasqualine inglesi – papà mi ha detto questi hanno una croce sopra perché Gesù è morto sulla croce, ma io qui ci vedo solo la croce, e allora dov’è andato Gesù?
O è un grande pragmatico o è un filosofo.

venerdì 21 marzo 2008

Precauzioni

- Mamma, papà, me la date una vostra foto?
- Sì, certo, amore. Perché la vuoi?
- Perché così quando sarete morti la farò vedere ai miei bambini e gli parlerò di voi.
Figlio-uno, nei suoi slanci d’amore, sa essere alquanto inquietante.

giovedì 20 marzo 2008

Salvate il tasso Ryan

Va de sé che tra i vari compiti di mamma mi compete anche quello di arrecare soccorso a tutti gli animali in difficoltà che ci piovono in giardino. Oggi è stata la volta di un piccione che non riusciva a volare e che, per non far divorare dai gatti dei vicini, ho consegnato al locale veterinario.
Questo mi ha fatto tornare in mente il salvataggio del tasso.
Una mattina, poco meno di un anno fa, insonnolita dopo la solita notte di tran tran tra biberon di latte e l'ugola di Figlio-due, osservando fuori dalla finestra, fui folgorata dallo tsunami di terra che aveva investito il giardino.
Avevo riseminato il giorno prima.
Il nostro prato infatti è un'impresa ai limiti dell'impossibile. Tra i gatti dei vicini che ne hanno fatto la propria lettiera, volpi e tassi che dal dirupo sovrastante s'impegnano in opere scavatrici di portata monumentale riversando metri cubi di detriti, che prato ci vuoi avere?
Ma io insisto.
Semino e poi risemino.
Ringraziano gli uccelli che a divorarsi i semi si presentano in comitive. Ne arrivano di tutti i tipi. Passerotti e specie rare. Feste e banchetti, orge gastronomiche. Pazienza.
Sì, ma il tasso?
Il tasso precipita dal dirupo, si schianta sul sostegno della rampicante trascinando con sé, oltre che sei quintali di sassi e di terriccio, il fu traliccio e fu la rampicante. Poi che fa? Il pazzo. Il muro è alto due metri e non ha via d'uscita (i tassi sono grandi scavatori, ma ahimé non volano). Allora corre a destra, corre a sinistra, abbatte i paletti delle luci, riorganizza l'assetto delle aiuole, sradica quei quattro ciuffi di d'erba superstiti e scava ovunque gli capita in cerca di una via di scampo.
Alle sette in punto del mattino però, cappuccino fumante in mano, queste cose ancora non le so.
Contemplo.
Sospiro.
Un ciclone?
Poi lo vedo: un buco in fondo, impegnato a scavare un tunnel sotto la staccionata verso il giardino dei vicini, ancora più vicolo cieco del nostro.
Mi guarda.
Lo guardo.
Chiamo la protezione animali.
- Signora, ma se è entrato vedrà che trova anche il modo di uscire.
Come con l'elicottero?
- Non è entrato, è piovuto, - dico.
- Scusi?
Mi prodigo in un'accurata descrizione del giardino a prova inconfutabile che sissignore ci possono piovere i tassi dentro. Alla fine sembrano convinti, anche se confesso di temere la visita della neuro invece che del salvatassi.
Ma arriva il salvatassi. Specie protettissima, i tassi. E’ da me in meno di un'ora. D'altra parte questo è un paese dove se ammazzi un cane finisci in galera, figuriamoci cosa non farebbero per salvare un tasso intrappolato.
- Signora ma lo sa che lei è proprio fortunata ad avere delle tane di tassi proprio sopra al suo giardino?
Contemplo il post-tsunami.
- So, so.
Il tasso in questione è solo un "bebé". E' grande il doppio di un gatto.
- Ma dove sarà la madre? Strano che non sia venuta a cercarlo. - Mi fa il salvatassi.
Sì, ci mancava pure la madre che a quanto pare è grande quanto un maiale.
Il salvatassi acchiappa il tassino e lo riadagia sopra al nostro muro. Lui schizza via dentro la sua tana.
- Allora grazie.
- Non c'è di che. E' stato un piacere. Mi richiami pure se dovesse ripioverle dentro.
Due giorni dopo ci piovve dentro un porcospino.

mercoledì 19 marzo 2008

Declino e caduta dell’impero domestico

Lungo le scale i gradini stridono il lamento dell’usura, sotto un logoro tappeto che reca il marchio d’un aspirapolvere rinnegato. Sull’un tempo bianca parete vaghe impronte imbruniscono il salire.
Nel bagno, il suadente pavimento di caucciù paga lo scotto d’inesorabili maree abbattutesi dall’ansì vasca da bagno.
L’umidità, meschina e traditrice, oscura il candore dei soffitti; macerie di tubi divelti, di piastrelle spaccate.
Nella camera da letto degli eredi, il vecchio cielo blu, fluorescentemente stellato dalla fu impervia e creativa Mater Familias, è ormai una plumbea nudità macchiata.
Più in là, nell’alloggio dei signori, i battiscopa attendono ancor da un secolo di essere installati, ma il Pater Familias ha procrastinato, dimentico degli anni, finché l’occhio non ha smesso di guardare.
Nella stanza del computer, pile di libri, di fogli e di post-notes intessono un unico tessuto con le ragnatele, avanzi di aracnoprogetti sparpagliati.
Da basso si estende la disastrata pianura: giocattoli d’ogni provenienza e fattura giacciono accatastati e sfusi lungo la distesa, in orizzontale, in verticale, in bilico ed in pendio. Antiche carte da parati solo a metà rimosse, stanze parzialmente intonacate.
Fuori, una selva impenetrabile e oscura, ricettacolo di tassi, piccioni e gatti dei vicini ricorda solo vagamente l’immagine d’antichi splendori.
Ed è così che lo sguardo di lei, dall’alto d’un cappuccio mattutino, desolato si perde tra i relitti e lo squallore di quella che un tempo era stata la culla della civiltà familiare.

martedì 18 marzo 2008

Ego te absolvo

Se Figlio-uno avesse una mamma capace di leggere delle semplicissime istruzioni che precisano l’appuntamento nel luogo X all’ora Y non si sarebbe ritrovato nel luogo W all’ora Z ad aspettare venti minuti davanti ad un cancello chiuso, nel giorno della prima, importantissima e attesissima uscita con gli Scout.
Se amichetto preferito di Figlio-uno non avesse una mamma che si fida di un’amica che vive perennemente in uno stato confusionale entro il quale date, orari e luoghi si mescolano in un magma informe e fumoso, non si sarebbe ritrovato nel luogo W all’ora Z ad aspettare venti minuti davanti ad un cancello chiuso, nel giorno della prima, importantissima e attesissima uscita con gli Scout.
Se mamma di amichetto preferito scegliesse le sue amicizie con più accortezza non sarebbe dovuta uscire di casa di corsa, in maniche corte (a 2 gradi centigradi), e con la figlia già in pigiama, salire in macchina, raggiungere l’amica degenere e farle da scorta verso la via indicata (che l’amica degenere non riusciva a collocare in nessuna mappa mentale, pur essendo la via in questione a soli due chilometri da casa sua), guidarla là dove si sarebbe dovuta guidare da sola, e correre (sempre in maniche corte) con due seienni disperati, per un sentiero del bosco, alla ricerca di un gruppo partito chissà quando, probabilmente già sulla via di ritorno, e comunque mai raggiunto.
Asciugandosi le lacrime, mentre m’inginocchiavo implorandogli perdono, Figlio-uno ha detto:
"Va bene, sei perdonata mamma, ma non farlo più".
Ecco, quando ti meriteresti una scenata di quelle apocalittiche, tuo figlio sfodera l’eleganza d’un principe… e ti ammolla così una sberla morale stratosferica.

lunedì 17 marzo 2008

Delirio mattutino

C’è stata una fase della vita, ormai remota, in cui "difficile" era tutto ciò che rientrava nella categoria "importante", quei momenti in cui si tiravano le somme, frangenti che rappresentavano svolte. Difficili erano gli esami all’università, i colloqui di lavoro. Difficile era mandare in porto quel monumentale progetto di cui eri responsabile. Difficile era il proprio contributo all’economia mondiale.
Oggi difficile è… USCIRE DI CASA.
Prendiamo una mattina qualunque:
Scendo le scale con Figlio-due e vado a prendergli la giacca, mentre gli prendo la giacca lui risale le scale. Risalgo le scale e lo riporto giù, poi e gli metto la giacca e le scarpe. Mentre chiamo Figlio-uno, che non mi sente, Figlio-due si ritoglie le scarpe. Richiamo Figlio-uno e rimetto le scarpe a Figlio-due. Vado in cucina a preparare un biberon di latte d’emergenza necessario per quando entrerò in un negozio e Figlio-due deciderà che non vuole più stare nel passeggino. Figlio-uno non scende e lo richiamo per la terza volta.
Figlio-due intanto si è ritolto le scarpe e questa volta anche i calzini. Rimetto scarpe e calzini. Intanto il latte nel micro-onde è in fase ebollizione.
Figlio-uno finalmente scende.
- Amore hai fatto la pipì prima di uscire?
- No, mamma.
- La devi fare?
- Sì, mamma.
- E allora vai a fare la pipì e sbrigati che facciamo tardi.
Figlio-uno risale di sopra seguito dal fratello. Risalgo a recuperare Figlio-due, ma non mi accorgo che ho il biberon in mano, lui invece sì e comincia a fare le bizze che il latte lo vuole subito. Dopo un capriccio di quelli monumentali, patteggiamo per un biscotto.
Figlio-uno non scende. Strilo da sotto:
- Amore, l’hai fatta la pipì?
- Non ancora.
- E che aspetti?
- Sì, ora la faccio, - dice Figlio-uno che nel tragitto verso il bagno si è perso in un loop spazio-temporale.
Carico nello zainetto: un cambio vestiti per Figlio-due, pannolini, sacchetti, salviettine umide, scatola biscotti, biberon, bicchierino con beccuccio per l’acqua, due automobiline, un libricino. Ho in programma di stare fuori un’oretta al massimo.
Figlio-uno riscende.
- Mamma mi devo lavare le mani?
- Se hai fatto la pipì certo che te le devi lavare.
Figlio-uno risale ancora una volta di sopra e va a lavarsi le mani. A questo punto Figlio-due si è tolto scarpe, calzini e anche la giacca. Rimetto i calzini, le scarpe e la giacca. Finalmente scende anche Figlio-uno che si mette la giacca. Me la metto anch’io. Siamo pronti.
- Mamma, pupù!
Annuso il pannolino e ho la prova inconfutabile dell’evento. Tolgo scarpe e pantaloni a Figlio-due, faccio per cambiargli il pannolino quando mi accorgo che la canottierina si è sporcata. Salgo di sopra a prendere un cambio, seguito da Figlio-due che devo riportare giù. La manovra si ripete tre volte. Alla fine riesco ad arpionarlo per cambiarlo. Gli tolgo la giacca, la maglietta e la canottiera, lo cambio e rivesto. Siamo pronti.
Ma… e le scarpe?
Figlio-uno mi sta aspettando sulla porta pronto per uscire ma è senza scarpe. Gli urlo di andare a mettersi le scarpe mentre Figlio-due vede la porta aperta e schizza fuori di corsa. Urlo di nuovo a Figlio-uno di sbrigarsi mentre inseguo Figlio-due per strada. Poi comincia il delirio del passeggino che trasforma Figlio-due nell’Incredibile Hulk e me in Crudelia Demòn. Alla fine tra pianti, strilli, divincolamenti da anguilla, scarpe che si ritolgono, calzini che volano, ganci che non si agganciano riesco ad averla vinta.
Ora finamente siamo pronti. Partenza. Usciamo.
Poi rientro in casa cinque volte:
La prima perché ho dimenticato il telefonino;
la seconda perché Figlio-uno ha dimenticato la cartella;
la terza perché Figlio-due ha dimenticato Baubau;
la quarta perché Figlio-uno ha dimenticato Gorilla;
la quinta per prendere i fazzolettini di carta perché ormai sono in un mare di lacrime.

domenica 16 marzo 2008

Approcci esistenziali

Figlio-due non parla, canta; non cammina, corre; non tocca, distrugge; non gioca, deflagra, non mangia, divora. Il suo mondo è una realtà di estremi, è un musical fatto di balzi e rimbalzi, capitomboli e ruzzoloni, bernoccoli e lividi. Abbraccia la vita in un grido di gioia, salvo nel frattempo precipitare dalle scale, lanciarsi da tavolini, arrampicarsi sui davanzali. Lui si butta, illuminato da una fede illimitata nel destino.
Figlio-due è uno di quei bambini da mandare in giro con casco, imbottitura e coperto da polizza assicurativa.

sabato 15 marzo 2008

Quarantotto ore

Per i suoi quarant'anni ho portato marito anglovegentarianastemio per quarantotto ore a Budapest. Figlio-due era dai nonni, Figlio-uno invece era ospite del suo amichetto preferito. In quarantotto ore è riuscito a perdere:

  • un piumino
  • le scarpe della divisa scolastica
  • gli scarpini da calcio
  • i pantaloni della divisa
  • la maglietta della divisa
  • il maglione della divisa
  • il K-way
  • la cartella (con ovviamente tutti i quaderni dentro)

Ci sono vacanze il cui costo va ben al di là delle previsioni (non ultimo il fatto che lunedì mi toccherà probabilmente mandarlo a scuola scalzo...)

lunedì 10 marzo 2008

A bruciapelo

- Mamma…
- Sì, amore?
- Perché l’acqua spegne il fuoco?
- Ma certo, te lo spiego subito è perché…
I seienni hanno un’abilità diabolica nel metterti costantemente in faccia alla tua totale e assoluta ignoranza in merito alle leggi più basilari della fisica.

domenica 9 marzo 2008

Certe lettere d'amore

Che poi, intendiamoci, essere mamma è bellissimo:

  • Si possono acquistare monumentali barattoli di Nutella con la scusa che è per i bambini
  • Si può avere una casa allo stato selvaggio con tutte le attenuanti generiche e del caso
  • Se non si ha tempo di pulire, pazienza, ci sono altre priorità
  • Se non si ha tempo di cucinare, pazienza, ai bimbi la pizza surgelata piace da morire
  • Se si ha tempo di cucinare, evviva! Come fa la pizza mamma non la fa nessuno
  • Si ha la possibilità di rileggere alcune migliaia di favole
  • S’imparano a memoria tutte le filastrocche
  • Si può essere sceme risultando divertenti
  • Si riesce a divertirsi facendo le sceme
  • Con la scusa dei figli al parco si fa le gagliarde quarantenni sull’altalena e lo scivolo
  • Ci si rinfilano i pattini dopo almeno vent’anni dall’ultima volta (massacrandoci l’osso sacro)
  • Si possono ricoprire di baci e coccole i propri figli, in preda ad incommensurabili complessi di colpa, dopo una giornata in cui non si è fatto altro che urlargli dietro
  • Si ricevono bligliettini alle cinque del mattino in cui c’è scritto "Io t voyo tato beni mama".


Certe lettere d’amore colpiscono al cuore.

giovedì 6 marzo 2008

Il solito picnic

Estate. Il solito picnic: tre mamme e sette bambini in età compresa tra i cinque anni e i diciotto mesi. L’esito di tali picnic di solito varia a seconda della percentuale e gravità degli incidenti, dei litigi, dei capricci, delle perturbazioni atmosferiche e umorali. Le mamme possono uscirne rinfrescate o sull’orlo di un abisso esistenziale.
In questo caso il picnic procede al di là dei migliori pronostici. Certo, il famigerato labirinto descritto sul giornale alla pagina "eventi per famiglie" sono tre cespugli messi in croce, ma i bambini giocano allegri, noi mamme si fa conversazione. Ci sediamo sull’erba a ridosso di una chiesa, all’ombra di un grande albero. I più piccoli vengono lasciati in libertà. Sono tre: Figlio-due di diciannove mesi e i suoi amichetti di venti e diciotto mesi. I "grandi" corrono su un’altura adiacente, circondata da un muretto. Basta un niente, Figlio-due un momento è lì e il momento dopo non c’è più. Dov’è? Eccolo! Lo vedo in una delle sue mitiche forsennate corse. In un attimo individuo l’obiettivo e parto all’inseguimento. E’ in direzione fratello maggiore. Vedo il muretto e ho capito tutto.
Figlio-due si arrampica per la salita, io sono a pochi metri.
Figlio-due attraversa il piazzale, l’ho quasi raggiunto.
Figlio-due in tutto slancio scavalca il muretto e si lancia dall’altra parte.
Dove? Non si sa.
E’ un’altura. Il muretto è alto trenta centimetri sul piazzale, ma dall’altra parte? Un metro? Due? Dieci?
Silenzio glaciale.
Stato di shock.
Poi un urlo totale. Il mio. E in quei diecimila decibel ci infilo tutta la gamma che va dal panico, al terrore fino alla disperazione.
Mi affaccio. Due metri più giù Figlio-due è atterrato di schiena.
Lo guardo urlando.
Urla pure lui.
Il picnic poi procede tranquillo: scivoli, altalene, gelato.
Normale amministrazione.

martedì 4 marzo 2008

Come ti addormento il pupo: la mamma sfiancata

Metodo mamma sfiancata (detto anche ultima spiaggia).
E’ l’alternativa al valium (al bambino) e gli psicofarmaci (alla madre). Quando la convivenza bambino insonne/mamma esaurita è giunto a livelli da pieno allarme rosso e si teme per l’incolumità di entrambi si ricorre al metodo che, diffuso dai vari Ferber (nei paesi anglosassoni) e Estivill (nei paesi mediterranei), a detta di molti trasforma i genitori in due nazi-fascisti.
Ferber, da bravo anglosassone, espone il sistema attraverso un rigoroso linguaggio scientifico pieno di dati, tabelle e statistiche davanti alle quali il genitore che non chiude occhio da quasi due anni si prostra estatico; Estivill invece, focoso latino, accattiva il genitore sfiancato con il suo umorismo visionar-allucinatorio. In sostanza, se riesci ad identificare tuo figlio con la bambina dell’Esorcista sei a cavallo.
I due sistemi sono pressoché identici: si possono utilizzare orologi o clessidre per una procedura di pianto controllato e cronometrato. Girando per forum di maternità se ne deduce che i bambini vittime di questo sistema saranno traumatizzati al punto da dover andare in analisi già dal compimento del terzo anno; mentre i genitori, colti da rimorsi di coscienza, pur avendo bambini che dormono, non riusciranno mai più a chiudere occhio (a meno che non si chiamino Himmler).
In realtà il vero metodo ultima spiagga è quello fai-da-te, quando all’ottavo risveglio della settecentesima notte la mamma sfiancata, per puro istinto di sopravvivenza, dice buonanotte, chiude la porta, infila i tappi nelle orecchie e crolla in un sonno beato e profondo.
Chi inventò questa tortura la sapeva lunga. Per qualche ora di sonno ci si vende tranquillamente l’anima al diavolo.

lunedì 3 marzo 2008

Animali domestici

Questa settimana Figlio-uno, essendosi comportato molto bene, ha ottenuto dalla maestra di poter avere il suo spazio a "mostra e dimostra".
- Mamma secondo te cosa potrei portare?
Ci penso. Passo in rassegna il libro sul corpo umano, quello sugli antichi romani, quello sullo spazio, quello sui pirati, i vichinghi… niente da fare, li ha già portati tutti.
- Perché non porti Jack? - finalmente gli chiedo trovando qualcosa che sia al tempo stesso un giocattolo e un punto di partenza per un argomento educativo.
Jack è il nuovo amico di Figlio-uno. Un dinosauro di plastica grande quanto un pollice, acquistato al museo di storia naturale. Ha una gabbia che mi sono ingegnata a costruirgli con i pezzi del meccano e che Figlio-uno gli pulisce tutti i giorni dai rami e foglie che gli dà da mangiare. Ci parla, lo lava, lo mette a dormire la sera.
- Non posso, mamma.
- Come non puoi? Perché non puoi portare Jack?
- La maestra non vuole.
- Non vuole? E perché non vuole? Glielo hai già chiesto?
- No è che lei ha detto che non possiamo portare a scuola animali domestici.

domenica 2 marzo 2008

Prospettiva-uomo

Questo weekend sono stata in Italia per ventiquattro ore. Tempo di presentare il libro e via a casa. Poco prima della presentazione prendo un caffè con un mio vecchio amico che è venuto apposta da un’altra città per l’evento. A un certo punto mi chiede:
  • E poi cos’altro fai?
  • Come cos’altro faccio?
  • Sì, cos’altro fai?
  • Cioè, a parte il lavoro, i bambini, la promozione e i due blog?
  • Sì, cos’altro? – mi chiede.

Il problema degli uomini (soprattutto se con figli cresciuti) è che non hanno il minimo senso della realtà.