giovedì 28 febbraio 2008

L'alternativa etico-proletaria

Se viveste in un Paese dal clima notoriamente instabile e, a causa ristrettezze economiche e alcuni principi etici, doveste rinunciare a quelle famigerate due settimane in una placida isola greca a cui eravate abituati, non scegliete come vacanza alternativa cinque giorni in campeggio se:

  • Vostro marito detesta il campeggio
  • Il suddetto Paese è reduce da tre mesi di alluvioni
  • Avete due figli di cui uno di diciannove mesi
  • Nella regione in questione, anche in agosto, di notte la temperatura può scendere sotto zero e di giorno raramente supera i diciotto gradi
  • La vostra tenda, acquistata su ebay, richiede cinque adulti per essere montata e due bambini per essere demolita
  • Il più viabile dei mezzi culinari è il barbecue e vostro marito è vegetariano


Certe vacanze possono tranquillamente trasformarsi in un film dell’orrore.

Effetto-media

Una volta ho letto in un libro un’affermazione che non mai capito se fosse una bestialità colossale, oppure sono i miei figli a rappresentare un’anomalia genetica degna d’analisi. La frase riportava: "I bambini sotto i due anni tendono a non allontanarsi mai più di sessanta metri dalla mamma". Sessanta metri? Come li hanno misurati? Hanno messo in fila diecimila mamme e misurato di quanto si allontanavano i figli? Dove l’hanno fatto quest’esperimento? nel deserto del Sahara? O è la media tra quelli che sono rimasti in braccio e quelli che hanno fatto la circumnavigazione del globo?

martedì 26 febbraio 2008

Impresa demolizioni

Mattina. Figlio-uno è in una delle sue interminabili sedute al gabinetto. Figlio-due è a piede libero per la casa e io sono impegnata in dodici operazioni contemporanee su internet. Lavoro veloce di altabeggio tra corrispondenza da sbrigare, bozze da rivedere, racconti da ultimare, operazioni bancarie e prenotazioni di voli. Lavorare in celerità e simultaneità fa parte dell’essere mamma.
Sento un urlo.
- Mammaaa corri subitooo!!!
Corro.
L’immagine è raccapricciante: Figlio-uno, braghe a terra, osserva con orrore il fratello; sul pavimento, una poltiglia nauseabonda di carta igenica; Figlio-due canticchia allegramente con le braccia immerse nel water.
Schizzo come una centralina elettrica.
Achiappo Figlio-due e con lui sotto un braccio ripulisco il pavimento, butto tutto nel water e tiro l’acqua. Poi spoglio Figlio-due e lo infilo sotto la doccia.
- Mammaaa corri subitooo!!!
- CHE C'E' ANCORA???
Mamma, mamma, mamma! L'acqua non scende!
- Come non scende?
Guardo il water e vedo l'acqua che sale...sale...
Solo allora capisco.
Capisco quando vedo che è sparito il toilet fresh.
Capisco che cosa stava facendo Figlio-due con le mani sprofondate nella tazza: LO STAVA INCASTRANDO DENTRO!
Provo con pezzi di ferro, uncini, niente.
In casa abbiamo un solo bagno. Emergenza. Chiamo l’idraulico.
L’idraulico prova con pezzi di ferro, uncini e ganci un po’ più sofisticati dei miei, niente. Mi comunica che dovrà smontare il water.
Considero: il water è stato montato prima che fossero incassati i tubi; la ripartizione è stata poi successivamente piastrellata. Concludo che…
Mi dà la sua autorizzazione?
Autorizzo (con occhio truce verso Figlio-due).
Bene, ora l’idraulico spacca le piastrelle, demolisce la ripartizione, smonta il water, smonta i tubi, recupera il toliet fresh.
- Guardi, non si è neanche rovinato!
Il bagno invece sembra Norimberga (nel 1945).

domenica 24 febbraio 2008

Come ti addormento il pupo: la mamma dedicata

Metodo mamma dedicata: è il metodo della mamma paziente e amorevole che ritiene di dover assecondare il bambino entro certi limiti. Cerca per tanto di stabilire una routine e abituare gradualmente il pupo a dormire in determinati orari, in determinati luoghi e possibilmente da solo. Lo fa utilizzando una tecnica che alterna carezze e parole dolci alla fermezza della reiterazione. Se dopo averlo messo a dormire il bambino la richiama centocinquanta volte, lei tornerà da lui centocinquanta volte e ogni volta ripeterà la solita carezza, il solito bacio, il solito commiato.
Una guerra di sfiancamento. Sfiancamento soprattutto per la mamma che tra la centesima e la centocinquantesima volta contemplerà metodi alternativi compresi nella gamma che va dal Valium alla botta in testa, ma non cederà.
Può durare degli anni ma la mamma dedicata stringe i denti e persevera:
bacino, carezza, commiato
bacino, carezza, commiato
bacino, carezza, commiato
bacino, carezza, commiato
bacino, carezza, commiato
bacino, carezza, commiato
...

giovedì 21 febbraio 2008

Non ti preoccupare

- Mamma…
- Mamma…
- Mamma…
- Eh? Che c’è? – dico io emergendo dal coma notturno. Figlio-uno mi sta ad un palmo dal naso, mano sulla mia spalla. Nell’altra stanza Figlio-due canta soave. Sono le cinque del mattino.
- Che è successo? Non ti senti bene? Che ci fai in piedi a quest’ora?
- Mamma, ti devo dire una cosa…
- Eh sì? Cosa? – farfuglio sconnessa.
- No, è che vedi, io mio sono svegliato perché Fratellino cantava e allora ho visto…
- Che è? che hai visto?
- Che Fratellino si è tolto il pigiamino…
- E…
- Si è tolto la magliettina…
- E…
- Si è tolto pure il pannolino…
Sbarro gli occhi e mi rizzo su come Nosferatu.
- E…
- Ma non ti preoccupare, mamma, perché anche se c’era tanta pupù dentro al pannolino le lenzuola poi le lavi e pure il muro, però ho pensato di venirtelo perché adesso ci sta saltando sopra.

mercoledì 20 febbraio 2008

Il castello di Gorilla

Nel cortile della scuola di Figlio-uno c’è una area giochi con una barca in legno, dei gommoni per arrampicarsi e una fila di tronchetti piantati nel terreno d’imprecisata utilità.
Il primo giorno di scuola, all’uscita, riconsegno, come promesso, il bene amato gorilla di pezza a Figlio-uno che per la prima volta se ne è dovuto distaccare per ben sei ore. Poi, mentre corre a giocare con i suoi amichetti, mi fermo un po’ a chiacchierare con le altre mamme. Poco dopo osservo la scena: Figlio-uno è in cima ad uno dei tronchetti con il suo gorilla in mano, completamente immobile. Sembra una statua.
Il giorno dopo la scena si ripete. Figlio-uno mi dà un bacino, prende il suo gorilla e va a piantarsi sul tronchetto. Una specie di monolito.
Questa volta un altro bambino lo segue e va ad issarsi sul tronchetto adiacente, anche lui completamente immobile, sguardo proteso in avanti.
Terzo giorno, stessa scena, un altro bambino.
Le mamme m’interrogano.
- Ma che fa tuo figlio?
- Come non lo sapete? E’ nel castello di Gorilla, - rispondo io con la naturalezza che compete le mamme di visionari.
Nel giro di una settimana i bambini sono saliti a dieci. Dopo un mese c’è lì mezza scuola. Finiscono le lezioni e vanno a piantarsi sui tronchetti, alla destra e alla sinistra di Figlio-uno, statuesco.
Il castello di Gorilla è ormai un feudo.
A quel punto, Figlio-uno offre una variante: salta giù e comincia a correre a perdifiato issando in alto il suo gorilla. Lo imitano tutti, inseguendo e venerando il gorilla totem.
In campo di leadership, Figlio-uno sa il fatto suo.

martedì 19 febbraio 2008

Marameo

Aaaaaaaaaah!!! Ahio! Ahio! Mammaaaa! bua, bua, bua!!!
Mollo tutto: pentola, scolapasta, presine e mi precipito in soggiorno. Penso, Figlio-due è caduto dalla sedia e ha battuto la testa, oppure si è rotto una gamba, oppure si infilzato con la forchetta, oppure lo sta strangolando il fratello, oppure…
Ecco, in un balzo sono di là pronta a qualunque tragica evenienza. Poi lo vedo: è perfettamente seduto a tavola, mani sulla testa che si tira i capelli da solo.
- Ma che fai?
Lui mi guarda contrito di dolore, smette di tirarsi i capelli e scoppia in una sonora risata.

lunedì 18 febbraio 2008

S-fasati

Ogni volta che i miei figli esibiscono comportamenti, oltre che strani, quanto meno inquietanti, mia suocera dice "non ti preoccupare, è solo una fase".
I bambini infatti hanno delle fasi.
Le fasi dei bambini sono state inventate da madre natura per dare fin da subito il senso ai genitori tanto della propria inadeguatezza (dei figli non capiranno mai una mazza), quanto della propria scelleratezza. Si entra infatti su un piano surreale che conduce presto ad una comune lucida follia. Il genitore infatti, innanzi a comportamenti altamente allarmanti, opera un’operazione di normalizzazione, non solo integrando l’irrazionalità nel quotidiano, ma anche assecondandola.
Queste alcune delle fasi dei miei figli:

Figlio-uno, intorno ai due anni, quando si arrabbiava si metteva in ginocchio appoggiava le mani per terra e cominciava a sbattere forsennatamente la testa sul pavimento.
Dopo le prime settimane di puro terrore, cominciammo a confidare nel suo istinto di sopravvivenza e robustezza della scatola cranica.
E’ sopravvisuto.

Figlio-due, che ora ha due anni, mangia peluche. Sissignori, mangia peluche. Non c’è orsacchiotto, coniglietto o paperina che non siano passati per le sue ganasce. Baubau, il suo cagnolino di pezza preferito, mostra segni evidenti di tigna pezzoidale. Abbiamo tentato di far sparire lo zoo di pupazzetti, ma ha cominciato a divorare il cappuccio della sua giacca. Gliene ho comprata una senza cappuccio di pelo. Ha divorato il cappuccio della mia.
Mia madre dice che quando i bambini mangiano cose strane è perché hanno bisogno di determinate sostanze.
Figlio-due ha ovvie carenze acrilico-sintetiche.
Confidiamo in succhi gastrici al benzene.

venerdì 15 febbraio 2008

Sicurezza aeroportuale

Novembre: presentazione ufficiale del mio romanzo a Roma. Sarà un gioco da ragazzi in confronto alla missione che mi aspetta per arrivarci, un’impresa ai limiti delle possibilità umane: superare la sicurezza aeroportuale dell’aeroporto di Stansted armata di prole.
Figlio-uno, cinque anni e tre quarti, per l’occasione computo e responsabile. Si tratta solo di assicurarsi che non perda il suo inseparabile gorilla di pezza che ha da quando è nato, pena una tragedia di proporzioni interplanetarie. Figlio-due neoduenne aitante. Si tratta solo di non perdere lui, per questo è saldamente ancorato al passeggino.
Al check-in le solite cose: Figlio-due che sbraita divincolandosi come un ossesso inneggiando motti ululanti di libertà; signore con fare annoiato che ti guardano come a dire "speriamo che non si siedano vicino a noi"; sempre Figlio-due che tira nell’ordine il velo ad una suora, un calcio alla signora annoiata, il biberon in faccia a me e poi si toglie scarpe e calzini soddisfatto. Tocca a noi.
Carico sul nastro la valigia che so di almeno tre chili al di sopra del limite. La Ryanair di solito ti manda a pagare l’extra anche solo per cento grammi scarsi, ma l’addetta è distratta dalle qualità canore di Figlio-due, un talento naturale. Intona nell’ordine "Twinkle Twinkle Little Star", "Oh My God!" dei Kaiser Chiefs e "Roma Roma Roma" di Antonello Venditti. Qualcuno applaude. Figlio-uno balla. Io sorrido all’addetta assicurandole che sissignora le valige le ho fatte io e non ci ho messo bombe dentro (tipo che se avessi avuto la cameriera che me le preparava avrei avuto anche la baby-sitter, o no?)
Controllo passaporti. Serpentina di coda schiantanervi verso l’incubo di ogni mamma viaggiatrice: il METAL DETECTOR.
L’operazione è delicata, richiede celerità, sincronia e grande potere organizzativo: con una mano mollo il malloppo di giacche e cappotti sul nastro, con l’altra piazzo telefonino, portafogli e chiavi nel vassoio, poi faccio mettere zainetto e gorilla in un altro vassoio a Figlio-uno; mollo il mio zaino, libero la piccola belva dalla gabbia e lo arpiono per un braccio, chiudo il passeggino con una mano e un piede, metto pure quello sul nastro. Infine passo ad un addetto la borsa del cambio pannolini e gli dico che dentro c’è una biberon di latte (di quelli che poi devi assaggiare per provare alle autorità che non sei in procinto di utilizzare tuo figlio duenne come bomba vivente).
Figlio-uno e Figlio-due, mano nella mano passano sotto il metal detector. Una scena da libro Cuore. Tutto ok. Ci passo io e si entra in pieno allarme rosso. Non ho niente nelle tasche, non ho la cinta dei pantaloni, la zip è di plastica e le scarpe di tela. PERCHE’ HA SUONATO??? Una poliziotta mi prende da parte e mi ritrovo a braccia e gambe aperte. Figlio-due molla la presa del fratello e si autosguinzaglia per l’aeroporto. Comincio a fremere ma la poliziotta non ha nessunissima fretta. Con un aggeggetto passa un braccio, poi l’altro, poi una gamba, poi l’altra. Figlio-due passa avanti e indietro sotto il metal detector causando il caos. Figlio-uno è ipnotizzato dallo schermo in cui si vede la radiografia del suo gorilla. La poliziotta non trova niente e ricomincia da capo. A quel punto Figlio-due ha deciso che quel settore è noioso e parte come Mennea a Città del Messico intenzionato a fare i 200 sotto i venti secondi, direzione ignota e a me invisibile. Nessuno che si occupa di lui e la poliziotta che non ha nessuna intenzione di lasciarmi andare. Penso: se le do un cazzotto e corro dietro al figlio di sicuro finisco in galera ma almeno recupero il figlio, se resto qui invece magari rimango incensurata ma mi perdo il figlio. Una scelta ovvia. La faccia della poliziotta e la mia fedina penale comunque vengono salvate dal rinsavimento della tutrice dell’ordine che si arrende all’evidenza che non ho Kalashnikov nelle mutande. Vada pure.
Parto all’inseguimento di Figlio-due, che non so più dove sia, mollando Figlio-uno che spero non si muova. Recupero Figlio-due che comincia a dare in escandescenze. Lo agguanto stile baccalà mentre grida e scalcia. E ora il passeggino. Adagiare un duenne in un passeggino quando non ha nessunissima intenzione di esservici adagiato è un’operazione da non tentare mai in pubblico. Per la mamma non c’è scampo. Se sussurra paroline dolci, si becca un calcio in faccia dallo scalciante e il biasimo generale (mamma incapace); se fa la voce grossa il duenne strilla più forte (mamma isterica); se non dice niente e ingaggia una battaglia fisica tentando d’immobilizzare il bambino (mamma violenta e insensibile); se gli dà una sonora sculacciata arrivano i servizi sociali. Io mi prodigo nell’ordine in tutte le cose sopracitate, risultando in pochi minuti una mamma incapace, mollacciona, isterica e violenta, ma Figlio-due sta dando il meglio di se stesso: rigidità totale, se lo piego per farlo sedere si spezza per quanto è teso. Appena gli infilo una bretella, si gira e si divincola prima che possa agganciarla. Penso di rinunciare, ma ormai è in fase ribelle e sovraeccitata, l’alternativa è rincorrerlo per tutto l’aeroporto. Fuori questione. Il passeggino va avanti e indietro, a destra e sinistra, investendo svariati passeggeri appena oltre il metal detector; il tettuccio collassa, Figlio-due urla forsennatamente, io sudo freddo, caldo, sudo e basta. Alla fine, miracolo. Lo prendo per sfinimento dopo venti minuti di lotta. Click! L’ho agganciato. Resosi conto di essere ormai prigioniero si rilassa e mi fa un bel sorrisone. Io ringhio. Recupero giacche, zainetti, telefonino, chiavi, portafogli e Figlio-uno. Andiamo.
Sono in versione Kill Bill.
Dopo dieci metri esatti il secondo assurdo, pazzesco, kafkiano ostacolo: il METAL DETECTOR DELLE SCARPE.
Mi tolgo le scarpe e le metto sul nastro, le tolgo a Figlio-uno e le metto sul nastro, poi faccio per passare spingendo il passeggino quando mi richiamano indietro.
Il bambino.
Scusi?
Le scarpe. Deve togliere le scarpe al bambino.
Non ci posso credere. Sta puntando a Figlio-due.
Sta dicendo sul serio? Guardi scusi che ha due anni. Che cosa vuole che abbia nelle scarpe? Un bazooka? Una bomba a mano? Nitroglicerina?
La tipa mi guarda inflessibile e irremovibile. Ok. Togliamo le scarpe a Figlio-due.
Ora siamo una famiglia oltre che esaurita anche scalza.
Bambini, andiamoci a comprare i cioccolatini.
Sì!!! - intonano i figli in coro. Non c’è nulla di più terapeutico della cioccolata nei momenti di stress.
Si va sul sicuro: un pacco da un chilo di tobleroni.
- Mamma latte! – Esclama Figlio-due.
Ecco sì, avercelo avuto il latte mentre ingaggiavamo la battaglia di Waterloo. Faccio per prendergli il biberon quando… orrore! Mi rendo conto che non ci hanno restituito la borsa del cambio pannolini con i biberon dentro. In quel momento chiamano il nostro volo. Panico.
Retromarcia. Usciamo in fretta e furia dal negozio. Placchiamo l’addetto al metal detector delle scarpe. Gli dico di tenerci bene a mente perché quando ripasseremo le scarpe non ce le togliamo un’altra volta neanche se ci mozzano i piedi. Via a tutto gas al metal detector. Spiego che non mi hanno restituito la mia borsa e il nostro volo è stato già chiamato. Intravedo la borsa sul tavolo, ma tre addetti che stanno perquisendo altre borse mi dicono di aspettare. Se la prendono comoda. Aprono una valigetta di una coppia che è un bazar di boccette, boccettine, dentifrici, profumi, deodoranti. Li passano in rassegna aprendoli e annusandoli uno per uno. Il tempo passa, Figlio-uno è stanco, Figlio-due vuole il latte, io sono una jena. Dopo un quarto d’ora finalmente arriva la mia borsa, faccio per prenderla e andarmene…
Aspetti!
Che c’è adesso?
Il latte. Deve assaggiare il latte.
Assaggio il latte. Buono. Vuole favorire? Il nostro volo è all’ultima chiamata. Alzo lo sguardo al monitor e leggo: GATE 52 – tragitto 20 minuti. Ahhhhh!
Dico a Figlio-uno: "Hai presente la mattina quando andiamo a scuola?"
Figlio-uno ha capito tutto. La sua scuola dista da casa nostra cento metri esatti. Usciamo di casa sempre dopo che ha suonato la campanella. Mai capitato di riuscire semplicemente a "camminare" come fanno le persone normali. Partiamo in sprint, slalomiamo tra i passeggeri, sorvoliamo tapiroulant, ci lanciamo sulle scale mobili. Figlio-due, sul suo passeggino, ride come un pazzo, altro che rollercoaster! Figlio-uno regge bene il ritmo. E’ allenato. Intanto l’altoparlante continua a chiamare i nostri nomi. Passiamo l’imbarco. Non ci sono più autobus e dobbiamo slalomare tra non so quanti aerei dietro una hostess che corre davanti a noi. Alla fine le consegno il passeggino e saliamo sull’aereo. Strapieno. Basta un’occhiata e so che non ci sono tre posti insieme. Uno stuart mi suggerisce di sederci separatamente.
Io non dico niente. Semplicemente lo guardo. Lo guardo intensamente, sperando che il mio sguardo lo illumini sulla stronzata che ha appena detto.
Bene. S’illumina. Sparisce verso il fondo, confabula con due passeggeri che mugugnano ma si spostano. In questo momento ci sono circa duecento passeggeri più due a guardarci come fossimo insetti: duecento per aver causato il ritardo, due per aver dovuto cambiare posto.
Poco dopo, mentre l’aereo decolla e io e i due bimbi consumiamo allegramente i tobleroni, vengo colta da un perverso ghigno di soddisfazione: in tutto quel trambusto non li abbiamo mai pagati!
Sgranocchiamo alla salute della sicurezza aeroportuale.

mercoledì 13 febbraio 2008

Come ti addormento il pupo: la mamma angelicata

Metodo mamma angelicata: ovvero, non imporre abitudini, regole o metodi, piuttosto assecondare il bambino sempre in merito a tempi, durata e luogo della nanna. Lo sa lui se ha sonno o no. Solo lui conosce i suoi ritmi.
Per la mamma angelicata, il bambino è un Dio onnipotente e omniscente, dotato di conoscenze interplanetarie, di sincronismi impeccabili (ma a noi incomprensibili). Creatura in sé perfetta, non può essere in alcun modo indirizzata, pena la sua corruzione e traumatizzazione. Per questo la mamma angelicata la si trova canticchiando allegramente facendo girare trenini alle quattro del mattino. Se ha sei figli se li porta tutti e sei nel lettone. Non ha un’esistenza (o necessità) al di fuori della cura dei figli. La mamma angelicata si trasforma da persona in strumento, con una dedizione che è di per sé culto. Guidata da fede e illuminazione divina, la mamma angelicata sopporta stoicamente la stanchezza, l’alienazione, l’isolamento e vive questo stato come una forma di trascendenza. Meno dorme il bambino e più lei si eleva.
Questo metodo è sconsigliatissimo per le mamme "normali". Le incoscienti che lo attentano senza l’innata ispirazione divina sono quelle che poi finiscono per lanciare il figlio dalla finestra.

lunedì 11 febbraio 2008

Corazzata Potemkin

Tutto è cominciato alla partenza da Roma verso Assisi quando si è trattato di dividerci tra le due macchine. Obiettivo: matrimonio di Cugina-grande.
Figlio-uno non qui perché se no si sente male, cuginetta-tre di là così stanno insieme. Figlio-due di qua sennò tre bimbi dietro è la rivoluzione. Tu deqquà, io dellà siamo stati venti minuti a rigirarci come le belle statuine.
Partenza.
Al cinquantesimo chilometro Figlio-due ha cominciato a frignolare, all'ottantesimo ha quantificato il frignolio in un getto organico di discutibile odore. Poco male, ha centrato il mio maglione. Era l'unico che mi ero portata. Pazienza, andiamo avanti.
Al centotrentesimo parte con un blob stile esorcista che si fonde con la tappezzeria della macchina di cognata peruana (un gippone da paura), rende inutilizzabile il seggiolino (che ci avevano prestato) e centra in pieno mia madre (la cui unica alternativa di vestiario era il cambio per la cerimonia).
Lui poi rimane lì, vagamente sorpreso e incuriosito, tra pezzi di banana e altre varie sostanze non ben identificate.
Fermi tutti!
E così ci ritroviamo in dieci sulla Roma-Perugia, bolidi che ci sfiorano a centottanta all'ora, chi spruzza deodorante, chi mi passa le salviettine e Figlio-due tutto nudo che dice "eddo, mamma". Per fortuna per lui ho tre cambi, prendo la valigia e lo rivesto.
Tutto a posto? Andiamo!
Cognata peruana è disinvolta, acchiappa la valigia e la fa volare verso il portabagagli.
Solo che io la valigia non l'avevo ancora richiusa. Magliette calzini e mutande invadono la corsia d'emergenza.
Maccheca'...
In qualche modo riusciamo a ripartire. Dopo neanche dieci chilometri, Figlio-due fa una faccia che incute paura. Un terzo lancio sarebbe intollerabile.
Alt!
Optiamo per una sosta pranzo per fargli prendere un po' d'arietta fresca, visto che poi tanto è già l'una e siamo comunque indignitosamente in ritardo.
Parcheggiamo le due macchine e ci avviamo verso l'entrata. Marito osservatore fa: "ma Figlio-uno e Cucinetta-tre dove sono?"
Già, dove sono?
Ce li siamo dimenticati in macchina.
A quel punto tutto si fa confuso. Mentre c’è chi si butta in terra colto da raptus ilari all’assurdità di ben quattro genitori che si dimenticano due figli, sto per aprire la macchina per farli scendere quando sento un grido, mi volto e vedo Cugino-medio in un lancio straordinario degno di Bruce Willis tuffarsi e agganciare il passeggino di Figlio-due a picco per la discesa stile Corazzata Potemkin.
Non avevo messo il freno.

domenica 10 febbraio 2008

I giorni della settimana

- Mamma, domani è un weekend?
- No, amore. Oggi è domenica ed è weekend. Cosa viene dopo la domenica?
- Lunedì.
- E lunedì è un weekend?
- No. Allora è dopodomani il weekend!
- No, amore. Che cosa viene dopo il lunedì?
- Martedì.
- E martedì è un weekend?
- No. Allora dopo di dopo domani è il weekend!

Figlio-uno conosce benissimo i giorni della settimana, ma la speranza prevalica ogni cognizione.

venerdì 8 febbraio 2008

Evoluzionismo cinquenne

Siamo a tavola. Sto per addentare un cosciotto di pollo.
- Mamma, ti posso chiedere una cosa?
- Certo che me la puoi chiedere. Dimmi.
- Le persone nascono dalle persone, vero?
- Sì, certo.
- Allora, stavo pensando… se tutte le persone sono nate da altre persone, come sono nate le prime persone?
Resto così, congelata a metà, fauci spalancate e il cosciotto sempre più lontano.
Il guaio di essere atea è che adesso col cavolo che me la cavo con l’evoluzionismo.

giovedì 7 febbraio 2008

Se devo fare una telefonata...

Questo è quanto succede se devo fare una telefonata e decido di farla subito:
Prendo il telefono in mano.
Figlio-uno viene a chiedermi cosa faccio.
Sto facendo una telefonata, stai buono.
A chi telefoni?
Ad un ufficio, ora stai buono.
Quale ufficio?
Quello del pacco che non ci hanno recapitato.
Quale pacco?
Non ti riguarda, vai a giocare e stai buono.
Figlio-due si precipita e cerca di strapparmi il telefono di mano.
Poso il telefono, accendo la televisione. Bambini ora state buoni che mamma deve telefonare.
Riprendo il telefono in mano, mi apparto in cucina e comincio a digitare il numero.
Figlio-due mi segue in cucina perché vuole il latte.
Poso il telefono e preparo il latte (ne ha già bevuto abbastanza da prosciugare la centrale ma pazienza, basta che sta buono).
Riprendo il telefono, digito il numero e mi immetto nella lista opzioni.
Figlio-uno ha visto che il fratello beve il latte e strilla che lui vuole il Nesquik.
Gli dico di aspettare e cerco di ascoltare le opzioni ma ormai hanno finito la lista e mi sono persa quella buona.
Riattacco e ridigito il numero fino alla lista opzioni.
Figlio-uno strilla di nuovo che il latte lo vuole adesso.
Di nuovo non ho sentito l'opzione, riattacco e preparo il Nesquik, basta che se la pianta. Ora lasciatemi in pace.
Ridigito il numero, ascolto le opzioni e scelgo l'opzione giusta, ma vengo immessa in una seconda lista di opzioni.
Figlio-uno sbraita che il fratello gli ha spento la TV. Va bene, ha due anni, porta pazienza, riaccenditela.
Naturalmente ho perso la seconda lista di opzioni e devo ricominciare daccapo. Alla fine riesco a fare tutte le trafile e vengo immessa in attesa di operatore.
Figlio-due strilla. Figlio-uno l'ha tirato via dalla TV (che ha rispento) e l'ha fatto cadere.
Col telefono avvinghiato tra testa e collo, musica newage in un orecchio e urla sovraumane nell'altro, consolo Figlio-due, sì ma non spegnere la TV e redarguisco Figlio-uno, la prossima volta spostalo con più grazia. Ora state buoni.
Risponde l'operatore ma non sento quello che dice. Il programma alla TV è finito e Figlio-uno ha acceso la sua pianolina a tutto volume. Mi scusi un momento.
L'operatore attende paziente. Faccio abbassare il volume a Figlio-uno. Mi presento all'operatore ma Figlio-due è di nuovo ai miei piedi che strilla che rivuole il latte e farfuglio qualcosa che l'operatore non capisce. Mi ripresento e spiego il motivo della telefonata ma Figlio-uno ha rialzato il volume della pianolina, per cui mi perdo la risposta. Mi scusi può ripetere?
A quel punto, mentre l'operatore è in procinto di ripetermi la stessa cosa per la terza volta, mollo il telefono all'improvviso perché Figlio-due - che non ha ottenuto il latte - sta attentando la scalata della libreria stile Everest e rischia di rovesciarla facendo la fine della sardina.
Riattacco, salvo il figlio, lancio la pianolina fuori dalla finestra, ed esplodo come una bomba atomica.

mercoledì 6 febbraio 2008

Solarità

Muoito
Muoieto
Muoiato
Mouto
Moato
Moeto
Moruto
Moreto
Moriato
Morteto
Mortato
Mortuto
Moriteto

Figlio-uno è un bambino estremamente solare.
O è così o diventerà un filologo.

martedì 5 febbraio 2008

Tra mamme

Mamma A, mamma B e mamma C hanno deciso di concedersi una seratina tra mamme. S’incontrano a casa di mamma A. Figlio di mamma A è ancora in piedi. Mamma A si scusa con le amiche, porta su il bambino e dopo pochi secondi torna giù. "Andiamo".
Mamma B: Cioè, tu lo metti a letto così?
Mamma A: Così come?
Mamma B: Lo metti a letto così e buonanotte?
Mamma A: E come lo devo mettere?
Mamma B: Accidenti che fortuna! Io devo restare lì finché non si addormenta!
Mamma C: Davvero? E quanto ci mette ad addormentarsi?
Mamma B: Dipende, a volte bastano una ventina di minuti, altre volte si va avanti un’ora o due.
Mamma A: Un’ora o due? Tutte le sere?
Mamma B: Bèh, ogni tanto sono solo venti minuti. Ma neanche tu (rivolta a mamma C) devi restare finché si addormenta?
Mamma C: Oh no, lui si addormenta da solo senza problemi, solo che dopo una mezz’oretta dobbiamo portarlo a letto.
Mamma B: Portarlo a letto? Perché dove si addormenta?
Mamma C: Sul divano.
Mamma A: Come sul divano?
Mamma C: Sì, lui si addormenta solo sul divano con la TV accesa.
Mamma B: Tutte le sere?
Mamma C: Tutte le sere.

I figli di mamma A, B, C hanno sei anni.

Al termine della serata le tre mamme vengono colte da crisi esistenziali: mamma A si convince di essere una pseudo-nazista insensibile che ha condannato il proprio figlio alla freddezza di un bacino della buonanotte (solo l’idea di sei anni passati trasportando figli addormentati su e giù per le scale infierisce sul suo amor proprio, quanto ai sei anni passati accanto al letto per un’ora o due a sera le paiono un’apoteosi di dedizione tale da disintegrarle ogni parvenza di auto-stima: piuttosto lei avrebbe strangolato il figlio o si sarebbe suicidata).
Mamma B si sente un’incapace per non avere saputo abituare il bambino ad andare a dormire da solo senza dover stare lì tutte le sere per ore e ore.
Mamma C si sente un’idiota e basta.

Morale:
Le mamme tra di loro non dovrebbero mai parlare dei figli, ma poiché sono masochiste non parlano mai d’altro.

lunedì 4 febbraio 2008

Disfunzioni

Carico la spesa nel portabagagli. Sono dodici buste e ho l’ambizione di farcele entrare senza togliere il passeggino, in piena economia gestuale. Dopo quattro patetici tentativi mi dissuado (non senza aver prima schiacciato i croissant, rotto due uova e sbriciolato una scatola di biscotti), vuoto il portabagagli, carico il passeggino in macchina, ricarico la spesa, salgo in macchina, chiudo lo sportello, metto la cintura e infine metto in moto.
Non so cos’è ma ho la sensazione di aver dimenticato qualcosa.
Mi volto.
Ecco l’incubo inconscio di ogni mamma.
Ho lasciato figlio-due sul carrello!!!

domenica 3 febbraio 2008

False illusioni



Eccolo finalmente, avvoltolato in una copertina come fossero batuffoli di ovatta, ha uno o due giorni, al rientro dall’ospedale, il volto angelico. Dorme.
Mamma e papà ancora non lo sanno, ma madre natura ha previsto tutto, anche la beata narcolepsi, prematura illusione. Lo guardano incantati: luce dei loro occhi… "è un angelo". Ricordano i racconti più truci sugli anni di notti insonni che li aspetteranno, gli uccellacci del malaugurio che non hanno capito nulla. Ecco, loro no. Il loro bimbo dorme, alla faccia di tutti. E già si sentono di essere degli ottimi genitori. Se i bambini degli altri urlano e strepitano sarà perché non ci sanno fare. Arrivano zia Concetta, nonno Remo, nonna Santina, tutti estasiati. Il pupo che dorme è la pace dei sensi, l’orgoglio della famiglia estesa, merito plurimo degli altri, DNA trasversale, incrociato e a strapiombo e in verticale, mai diretto. Perché, chiariamo subito l’equivoco, al contrario di quello che pensano i genitori, quando si tratta di nanna non è mai merito della mamma o del papà: se il pupo dorme il giudizio sarà unanime e inequivocabile "che fortunati!" Se il pupo invece è del tipo ostentatamente insonne la corte d’assise parentelare si stringerà intorno con capi d’accusa inoppugnabili e prove schiaccianti; un processo senza possibilità di appello, né diritto alcuno alla difesa. I papà però, se la cavano con poco. Vengono presto prosciolti "per non aver commesso il fatto". Al rientro in ufficio se ne lavano le mani: "domani devo lavorare io!" passando loro stessi dalla parte degli accusatori. La mamma diventa universalmente un’incapace. Se il pupo si sveglia più di tre volte a notte, è colpa sua se il marito il giorno dopo non riesce a lavorare; se lo culla cantandogli la ninna nanna passeggiando avanti e indietro per la casa giorno e notte fino allo sfinimento psicofisico: "lo vizi"; se lo mette in carrozzina e ogni notte fa centocinquanta giri dell’isolato: "possibile che non riesci a farlo dormire nel lettino?" Se lo mette nel lettino e il pupo fa tremare le mura del palazzo: "ma hai il cuore di pietra! Lo traumatizzi." Se lo mette nel lettone "vedrai che poi non ce lo tiri fuori più". Che sia Madre Teresa o Jack lo squartatore, la mamma del bambino insonne ha davanti a sé anni di torpore mentale larvoidale. Riesce a funzionare nella quotidianità attraverso una serie di gestualità automatiche e inconsce. La mamma del bambino insonne la riconoscete subito: è quella con le scarpe spaiate e la maglietta al davanti di dietro che vi ascolta sempre annuendo e vi guarda come se foste trasparenti.

venerdì 1 febbraio 2008

Barriere linguistiche

- Mamma quanto manca?
- Poco, tesoro.
- Sì, ma quanto manca?
- Ecco, vedi quel cartello laggiù? Appena arriviamo a quel cartello siamo arrivati.
- Quale cartello?
- Quello lì davanti grande e blu con la scritta gialla.
- Ma io non lo vedo, mamma!
- Ma come non lo vedi? – dico puntando dritto ad un cartello grande quanto un’autostrada.
- Dove??? - Figlio-uno è visibilmente frustrato. – Non c’è nessun cartello!
- Ma certo amore che c’è un cartello. Guarda è proprio lì davanti, grande grande, tutto blu e giallo.
- Non lo vedo!!! Dove???
Figlio-uno ora si è fatto paonazzo e ha preso a battere i piedi. Chiaro che non lo fa apposta. Ma come fa a non vederlo? Che sia daltonico? Miope? Ipermetrope? Presbide?
- Amore, eccolo qui, guarda il cartello, lo vedi adesso?
- Eh? Ma mamma, questo non è un cartello!
- Come non è un cartello? Sì che è un cartello.
- No mamma, questo non è un cartello. Il cartello è quella cosa che si usa per andare a scuola!