martedì 27 maggio 2014

Politica e pedagogia

Raperonzolo si pone in quel gruppo (si spera non troppo ristretto) che avendo una qualche nozione di pedagogia non aveva dubbi sull'esito elettorale.
Come mamma e insegnante ha imparato che concetti fondamentali come il rispetto, la solidarietà e l'onestà non si insegnano ai bambini blaterandogli contro e facendoli sentire dei deficienti, s'insegnano piuttosto con l'esempio, il dialogo e la pazienza, ma soprattutto s'insegnano facendo leva sull'autostima. Fai sentire un bambino importante, fagli capire che è intelligente e rispettalo anche quando sbaglia e ti seguirà ovunque tu lo voglia portare. L'essere umano è dotato in partenza del gene che lo fa anelare al miglioramento, ma è un gene che va curato, accarezzato e supportato. Se un bambino lo prendi a schiaffi, lo insulti, gli dici che i genitori sono ladri e che se non ti ascolta sei un ladro anche tu proprio come loro; se quando il bambino non ti ascolta strilli più forte e batti i pugni sul tavolo, come pensi di poter mai avere quel bambino dalla tua parte? Come puoi aspettarti che mancando di rispetto al bambino quel bambino ti rispetti? Come puoi aspettarti che quel bambino ti voglia come guida?
Ecco, un politico che fosse anche genitore, un politico che fosse anche insegnante oppure semplicemente un politico che avesse veramente a cuore il bambino una cosa così fondamentale come la natura umana l'avrebbe capita.

domenica 18 maggio 2014

Il privilegio dei libri

Quando anni fa immaginai Thomas Jay imparare i libri a memoria per tenerli con sé anche quando gli erano negati, aggrappandosi alla parola come unica ancora di salvezza, non avrei mai pensato che la proibizione dei libri ai detenuti potesse divenire una realtà in un sistema carcerario che, fino a non molto tempo fa, era reputato tra più progressisti del mondo, quello britannico.

La prima volta che la notizia mi è balzata sotto gli occhi ho dovuto rileggere l'articolo diverse volte tra incredulità e confusione. L'assurdità della legge è così lapalissiana da far tremare le fondamenta dei più san principi a cui sei stata educata, perché la messa al bando dei libri è una cosa che ti aspetti da un governo totalitario non da una democrazia, specialmente quella in cui vivi, quella che durante l'era Blair ti ha fatto tuonare nelle orecchie "Education, Education, Education" ogni volta che accendevi la televisione. Educazione  come via d'accesso ad una società emancipata, preparata e pensante. La proibizione dei libri fa invece pensare ad una società orwelliana. Tornano in mente i roghi di Hitler e quelli di Fahrenheit 451. Negare la lettura è limitare l'individuo. La limitazione dell'individuo è imposta da chi ha paura, da chi nega il dibattito, contro qualcosa che è percepito come un pericolo. Non è qualcosa che - in democrazia - ti aspetti da un governo sì conservatore, ma anche liberale. Cosa ci sarà mai infatti di così pericoloso nel mettere in mano un libro a un prigioniero se non il renderlo più umano?

E' una legge passata in sordina, alle porte del Natale, senza che nessuno ci facesse caso o ne prendesse nota, tanto che sono occorsi diversi mesi perché scrittori e accademici alzassero sdegosamente la voce. Sono infatti proprio le leggi reazionarie e controverse a passare inosservate perché scritte tra le righe della legittimità, spesso mascherate da altro. Chi ha protestato infatti alle limitazioni alle libertà individuali imposte in nome della difesa contro il terrorismo? Allo stesso modo la legge che impedisce ai detenuti britannici di avere accesso ai libri in prigione è stata presentata come una misura necessaria per ripulire le carceri dal traffico di sostanze stupefacenti. A difesa della legge, il segretario di giustizia Grayling ha parlato di una "impossibilità logistica" di controllare il contenuto di ciascun pacco inviato ai detenuti, visto che spesso la droga viene introdotta in carcere tra gli effetti personali. Eppure per molti degli addetti ai lavori tali motivazioni sono parse assurde, non solo perché la percentuale di  droga che entra via posta è infinitesimale rispetto ad altre vie, ma perché le restrizioni sull'accesso ai libri vanno ben oltre l'idea di "misure di sicurezza necessarie". Tali limitazioni privano infatti  i detenuti tanto dei libri quanto del materiale scritto in senso lato, rendendo di fatto difficile tanto il contatto epistolare con i familiari, quanto la frequentazione di corsi per corrispondenza. In sostanza è una legge che mina alle fondamenta il concetto stesso di processo di riabilitazione.

Impossibile non chiedersi se le reali ragioni di una legge che contrasta il principio che fa dell'educazione un pilastro fondamentale della nostra società non sia proprio quello di minimizzarne il potenziale.

Petizione contro il Prisoner book ban

domenica 4 maggio 2014

La persona giusta

Giunto alla conclusione che il bambino era totalmente privo di qualsiasi talento musicale, senso melodico e del ritmo, l'insegnante di piano di Figlio-due ha categoricamente rifiutato di proseguire le lezioni. Dopo avere enumerate a Raperonzolo le numerose e infruttuose tecniche da lui sperimentate, Mr L. concludeva che l'assenza di concentrazione, di memoria e attitudine alla musica, non consentivano al giovane musico-leso d'imparare una cippa.

Pur non avendo mai assistito a nessuna delle lezioni di piano, senza troppo darsi pena, Raperonzolo si è messa subito alla ricerca di un nuovo insegnante. D'altra parte se hai un figlio che intona melodie alla perfezione da quando aveva 12 mesi e ha vinto una borsa di studio in una scuola teatrale, battendo 150 altri candidati, proprio grazie alle sue capacità cantorie, non puoi che concludere che o il suddetto ha preso per i fondelli l'insegnante oppure l'insegnante ha sbagliato mestiere. Inoltre, il piccolo incapace insisteva di voler imparare a suonare.

Alla prima lezione, Figlio-due si getta sulle note come un novello Chopin. "Ma è bravissimo!" Commenta la nuova insegnante di piano.

All'uscita Raperonzolo è basita. "Ma mi spieghi che cavolo facevi con Mr L.?"

Figlio-due la guarda con aria compiaciuta. "Ma mamma, dovresti saperlo: per certe cose ci vuole la persona giusta."

mercoledì 23 aprile 2014

Dell’anima all’anima

Quando ho visto La grande bellezza avrei voluto buttare giù qualche pensiero immediatamente, ma poi la concomitanza mancanza di tempo e valanga di recensioni hanno avuto la meglio e quei pensieri si sono rintanati e ingarbugliati, fino a che l'attimo è passato e non c'è stato più né bisogno né motivo per scrivere. La scrittura però è una cosa che non puoi né cercare né respingere e La grande bellezza ha reclamato il suo posto tra le cose su cui era necessario versare qualche parola, non fosse altro che per riordinare quei pensieri disordinati e quelle sensazioni che se non sai tradurre in frasi prima o poi sfuggono.

E' un film che parla dell’anima all’anima e ti entra dentro toccandoti nel profondo. Il protagonista è l’uomo, sei tu. Impossibile sfuggire al rivolo di considerazioni in cui ti trascina, perché la sua Roma è la vita, sono le cose che hai cercato, desiderato, voluto e preso; è l'anima che hai dimenticato. L’umanesimo del film è in quel prenderti per mano sul lungotevere e accompagnarti attraverso le parole di Servillo alla ricerca di te stesso (sì, proprio te, ne fai una questione personale). Ti conduce alla ricerca di quel luogo privilegiato a cui appartieni ma che hai perso o dimenticato. Sono le cose in cui è stata la tua voce più profonda a parlare, quando la tua vita era ancora ricerca; quando l'essere era più importante dell'avere, del fare e dell'apparire; prima che la vita ti fagocitasse. E' un film dove le scelte diventano specchio, la cartina di tornasole che ti definisce. Poi un giorno scopri chi sei e devi fare i conti con la voce che hai tradito.

Non ho letto molte recensioni del film, ma in tutte quelle che mi sono capitate sotto mano ho trovato il riferimento a Fellini, nessuna  ad Antonioni. Eppure in quell’uso totalizzante dei lunghi piani sequenza, dove la cinepresa viaggia, abbracciando paesaggi e personaggi in modo continuo e senza stacchi c’è tutto Antonioni, così come il ritratto di una decadenza morale e spirituale e quel ritrovarsi vuoti al centro di bellezze naturali o architettoniche. Ma anche di Antonioni, Sorrentino mi sembra prendere in prestito solo l’indispensabile. Accanto alle eterne panoramiche c’è una cinepresa isterica che alterna brevi flash a montaggio serrato: la riflessione e il vortice; l’essere e l’apparire; l’abbandonarsi e il cercarsi; il ritrovarsi e il dimenticarsi.

Guardare un film che ti parla e si racconta attraverso la forma è un piacere talmente raro che nessuna riflessione potrà mai rendergli giustizia, va vissuto davanti allo schermo.